domenica 13 marzo 2011

Il Campione

Il Campione
Autore: Bruno Ferrero - Libro: Ma Noi Abbiamo le Ali
Un grande maestro di tiro con l'arco organizzò una gara tra i suoi allievi per valutare il loro grado di preparazione. Nel giorno fissato, un bersaglio di legno con al centro un cerchìo rosso fu legato su un albero ad una estremità della radura. All'estremità opposta, fu tracciata sul suolo una linea, dietro la quale si piazzarono i concorrenti.
Un giovane avanzò baldanzosamente, impaziente di dimostrare la sua abilità. Afferrò saldamente l'arco e una delle frecce, poi si sistemò in posizione di tiro.
"Posso tirare, maestro?" chiese.
Il maestro che lo fissava attentamente gli domandò:
"Vedi i grandi alberi che ci circondano?" .
"Si, maestro, li vedo benissimo tutt'intorno alla radura".
"Bene", rispose il maestro, "torna con gli altri perché non sei ancora pronto".
L'allievo, sorpreso, posò l'arco e obbedi.
Un secondo concorrente si fece avanti, prese l'arco e la freccia e mirò con cura. Il maestro si portò di fianco all'arciere e gli chiese: "Puoi vedermi?".
"Sì, maestro, posso vedervi. Siete qui vicino a me".
"Torna a sederti con gli altri" rispose il maestro, "Tu non potrai mai colpire il bersaglio".
Tutti i partecipanti, gli uni dopo gli altri, afferrarono l'arco e si prepararono a scoccare la freccia, ma ogni volta il maestro poneva loro una domanda, ascoltava la risposta e li rimandava al loro posto.
La folla sorpresa cominciÒ a rumoreggiare. Nessuno degli allievi aveva tirato una sola freccia.
Allora si fece avanti il più giovane degli allievi. Se n'era stato in disparte, silenzioso. Tese l'arco poi restò perfettamente immobile, gli occhi fissi davanti a lui.
"Vedi gli uccelli che sorvolano il bosco?" gli chiese il maestro.
"No, maestro, non li vedo".
"Vedi l'albero sul quale è inchiodato il bersaglio di legno?"
"No, maestro. non lo vedo".
"Vedi almeno il bersaglio?".
"No, maestro, non lo vedo".
Dalla folla degli spettatori si levò una risata. Come poteva quel ragazzo colpire il bersaglio se non riusciva nemmeno a distinguerlo dall'altra parte della radura?
Ma il maestro impose il silenzio e domandò pacatamente all'allievo: "Allora, dimmi, che cosa vedi?".
"Io vedo un cerchio rosso" rispose il giovane.
"Perfetto" replicò il maestro. "Tu puoi tirare".
La freccia solcò l'aria sibilando leggera e si piantò vibrando nel centro del cerchio rosso disegnato sul bersaglio di legno.
Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi di troppe cose! Una sola cosa è necessaria. (Luca 10-41,42).

martedì 8 marzo 2011

COME DIFENDERSI DALLE FORZE OCCULTE: PAROLA DI ESORCISTA

Intervista a Padre Michele Bianco
Padre Michele Bianco, chi è l'esorcista?
Esorcista è solo il sacerdote con espressa licenza del suo ve­scovo a effettuare esorcismi sugli ossessi nella sua diocesi. L'esorcista non libera solo dal diavolo, ma avvicina anche le persone a Dio e ha il dovere di benedire anche quelle che non sono possedute dal demonio.
 
Cosa sono i malefici?
Ci troviamo di fronte a un vero e proprio elemento magmati­co, sul quale non c'è il pronunciamento ufficiale della Chiesa. Molte persone che vengono da me, dichiarano di essere vitti­me di mali oscuri, per essere andate da maghi, fattucchieri, operatori dell'occulto in genere, e di avere ricevuto da loro una risposta univoca: "sei stato affatturato" oppure "hai su­bito diversi malefici intergenerazionali, genealogici, fin dalla nascita...". Anche qui un distinguo è necessario. Dal 1999 la riforma del Rituale Romano degli esorcismi non prevede più la possibilità di interferenze da parte dei malefici sulla posses­sione diabolica. Parla solo di esorcismo super obsessos, per specificare che è soltanto la persona ad essere oggetto di pos­sessione diabolica e le voci fattura o maleficio - che è causa immediata della fattura - sono state completamente cancel­late. Per cui, non essendo una verità di fede, rimane direi un fatto esperienziale con il quale noi esorcisti veniamo spesso a contatto. lo personalmente sarei del parere - sulla linea di Padre Gabriele Amorth, Padre Cipriano de Meo, don Raoul Salvucci e tanti altri esorcisti - di ammettere che concreta­mente ci sia questa interferenza di "sacramentali del male", cioè sacramentali alla rovescia, ma non esagererei né mette­rei eccessivamente l'enfasi su questo aspetto.
 
I malefici o "sacramentali del male" sono sempre effi­caci o possono fallire o colpire persone a cui non erano diretti? Come ci si difende?
Normalmente coi malefici si colpisce chi si vuole colpire. lo credo che la persona che vive in grazia di Dio, che ha una vi­ta sacramentale attiva, e che si sforza di fare la volontà del Signore fino in fondo, difficilmente possa essere colpita, an­che se si registrano casi di persone eccezionali, anche di san­ti, che il Signore ha voluto sottoporre a durissime prove. La permissione divina circa l'azione straordinaria del demonio in soggetti che vivono una vita santa, può servire per formarli ul­teriormente alla santità. Siccome il sacramentale agisce ex opere operantis (cioè in riferimento al grado della fede di chi lo utilizza), alla stessa maniera il maleficio, che è un sacra­mentale alla rovescia, agisce ex opere operantis nel male del­la persona che lo riceve, quindi, se il soggetto è abituato al peccato, ne è sicuramente più facile preda. Eccezionalmente potrebbe anche verificarsi che si colpisca una persona a cui il maleficio non era diretto, ma ripeto: sempre e solo per permis­sione divina, perché il Signore vuole trarre da questo momen­to negativo di male un'esperienza positiva di bene, per accre­scere la fede della persona eventualmente già in grazia di Dio, o per condurre a conversione attraverso questa esperienza di male chi vive costantemente o frequentemente nel peccato.
 
Ho sentito parlare di immaginette e di oggetti sacri ma­leficati: è possibile? Che interesse ha chi li distribuisce?
L'interesse è di confondere. Se noi andiamo nello studio di un mago vediamo che spesso alle pareti sono appesi quadri del­la Madonna di Lourdes, Padre Pio o altri santi noti ed impor­tanti. Così, at­traverso l'imbro­glio, que­sti grandi falsari e collabora­tori del demonio confondo­no gli ani­mi dei semplici. Le imma­ginette in sé, se be­nedette, si caricano della potenza dei segni sacramentali, se non benedette sono immagini rappresentative della realtà dei santi, ma non sono parasacramentali, per cui possono essere tranquillamente maleficate attraverso riti magici in cui si invoca l'azione de­moniaca. Quindi è opportuno che anche le immagini sacre siano benedette, per riempirsi di sacralità in quanto segno sa­cramentale.
 
Quali pericoli corre un esorcista durante il rito?
Siccome supplet Ecclesia, il sacerdote esorcista ha la copertu­ra a 360 gradi da parte della grazia santificante che gli confe­risce la Chiesa. Egli potrebbe paradossalmente anche trovarsi in peccato mortale, ma siccome agisce in persona Christi et Ecclesiae, in quel frangente la Chiesa gli funge da garante. Potrebbe accadere tuttavia che in qualche caso la permissio­ne divina consenta al demonio di rivelare i peccati del sacer­dote, quindi è cosa buona, lodevole e consigliabilissima, che il sacerdote sia in grazia di Dio, ma essa non è richiesta per la validità dell'esorcismo.
 
Non c'è da aver paura della forza soprannaturale che manifestano le vittime della possessione diabolica? Non è pericoloso vivere accanto a loro?
Sono l'intensità e la gravità della situazione a suggerire il comportamento da adottare, ma siccome c'è sempre la per­missione di Dio, è anche un atto di fede stare vicino a loro. Non bisogna ovviamente provocarle, perché se una persona - pur con le migliori intenzioni di questo mondo - si mette vici­no a loro e vuol fare da esorcista, addirittura usando il ritua­le romano o l'esorcismo di leone XIII, complica terribilmente le cose e si espone a gravissimi rischi.
Se la confessione (sacramento) è più potente dell'esorci­smo (sacramentale), perché allora durante l'esorcismo si rende visibile la liberazione - ad esempio con la materia­lizzazione ed espulsione di oggetti dalla bocca - mentre durante la confessione questi fenomeni non avvengono? La confessione riguarda un rapporto del foro interno della propria coscienza con il Signore, quindi non c'è bisogno di questa spettacolarità, che serve eventualmente a rafforzare la fede del penitente. II penitente, che si getta ai piedi del sacer­dote per chiedere perdono a Dio, ha già maturato in sé un per­corso di liberazione dal male, quindi, con la piena avvertenza e il deliberato consenso, vuole essere purificato nell'anima e riconciliarsi con il Signore, per averlo offeso con il peccato co­me aversio a Deo et conversio ad creaturam, avendo scelto la creatura al posto del creatore. Questa spettacolarità qualora si verificasse, farebbe sì che la confessione potrebbe venire scambiata invece per un atto quasi magico.
 
I legami coi maghi e col mondo dell'occulto contratti nel passato, che hanno ripercussioni negative anche sul presente, possono essere spezzati automaticamente con una vita sacramentale assidua?
Certamente! Senza la potenza del segno sacramentale non si realizzerebbe nessuna liberazione. Solo la potenza e la forza dell'amore di Dio, che si esprime attraverso i segni della sa­cramentalità, segni efficaci istituiti per la salvezza dell'anima, può liberare da queste forme di legami con il male.

 

Testimonianza

SONO STATA LIBERATA AL SANTUARIO DI SAN CIRIACO

Mi chiamo Felicita e abito in Svizzera. Ho fatto una novena a "Maria che scioglie i nodi", chiedendole di aiutarmi a sbloccare la mia vita e di libe­rarmi soprattutto da­gli attacchi malefici che avevo (dei graffi sulla schiena), che comparivano improv­visamente senza sa­pere come, dopo che mi ero rivolta a un mago per una delusio­ne amorosa.
Subito dopo sono iniziati gli attacchi. Appena terminata la novena a Maria che scioglie i nodi, ho trovato sulla rivista Stella Maris di marzo 2007, un ar­ticolo su Padre Michele Bianco. Ho capito che era la rispo­sta alla novena. Ho iniziato così anche la novena a san Ciriaco, il patrono del santuario di Torre le Nocelle (sud Italia - presso Avellino) dove opera come esorcista Padre Michele Bianco.
Appena ho visto Padre Michele, sono caduta in ginocchio davanti a lui e l'ho supplicato di liberarmi. Gli ho mostra­to i segni che mi comparivano misteriosamente sulla schiena e mi ha permesso di partecipare all'esorcismo. Durante la preghiera sentivo che il mio corpo si spremeva come un'arancia per fare uscire da me il maleficio e che qualcosa voleva uscire dal mio corpo, ma invece di vomi­tare emettevo saliva.
La mattina del sabato, mentre mi lavavo i denti, ho senti­to qualcosa in gola. Con mia grande sorpresa mi sono ac­corta di avere espulso dalla bocca un ciuffo di capelli ne­ri!
Ogni giorno constato i risultati della preghiera di esorci­smo di Padre Bianco e la mia fede si è rinforzata molto dopo che sono stata da lui. Dopo l'esorcismo ho pregato a lungo davanti alle reliquie di san Ciriaco e ho sentito un forte calore alla testa, sensazione sperimentata anche da molti altri pellegrini.
Sono una persona lucida, non sono fanatica, né depres­sa. Mi auguro che la mia testimonianza possa aiutare altri a credere, a sperare, e li spinga ad andare al santuario di san Ciriaco, dove Dio compie meraviglie attraverso Padre Michele Bianco. I meriti di san Ciriaco si manifestano at­traverso ciò che accade in quel luogo. Felicita - Svizzera

Scelgo di essere di buon umore

Rob è il tipo di persona che è sempre di buon umore, ed ha sempre qualcosa di positivo da dire. Quando qualcuno gli chiede come va, lui risponde: «Se an­dasse meglio di così, sarei due persone!». È un ottimista. Se un collega ha un giorno no, Rob riesce sempre a fargli ve­dere il lato positivo della si­tuazione.
Vederlo mi incuriosiva e così un giorno gli chiesi: «Io non capisco; non è possibile essere ottimisti ogni giorno; come fai?». Rob mi rispose: «Ogni giorno mi sveglio e mi dico: oggi avrò due possi­bilità. Posso scegliere di essere di buon umore o posso scegliere di essere di cattivo umore. E scelgo di essere di buon umore. Quando qualcosa di brutto mi succede io posso scegliere di essere una vitti­ma o di imparare da ciò. Ed io scelgo di imparare. Ogni volta che qualcuno viene da me a lamentarsi per qualcosa, io posso scegliere di accettare le lamentele, o posso scegliere di aiutarlo a vedere il lato positivo della vita. Ed io scelgo il lato positivo della vita».
«Ma non è sempre così facile», gli dissi.
«Si, lo è - disse Rob -, la vita è tutta una questione di scelte. Sta a te scegliere come reagire alle situazioni, sta a te decidere come lasciare che gli altri influenzino il tuo umore. Tu scegli se essere di buon umore o di cattivo umore. Alla fine sei tu a decidere come vi­vere la tua vita».
 
Dopo quella conversazione ci perdemmo di vista perché io cambiai lavoro, ma spesso mi ritrovai a pensare alle sue parole, quando dovevo fare una scelta nella mia vita.
Ho saputo che Rob aveva avuto un brutto incidente sul lavoro; era caduto da 18 metri d'altezza, e dopo 18 ore di sala opera­toria fu rilasciato dall'ospedale con una piastra d'acciaio nella schiena.
Sono andato a trovarlo e gli ho chiesto come si sentisse: «Se stessi meglio sarei due persone», mi rispose. «Vuoi vedere le mie cicatrici?».
«Ma come fai? - gli chiesi -, ad essere così positivo dopo quel­lo che ti è successo?».
«Mentre stavo cadendo, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata la mia bimba. Poi mentre giacevo per terra, mi sono detto che potevo scegliere di vivere o di morire. Ed ho scelto di vivere».
«Ma non hai mai avuto paura?».
«Sì, quando mi hanno portato in ospedale ed ho visto l'espres­sione sul viso dei medici e dei dottori, ho avuto paura, perché era come se guardassero ad un uomo morto. Poi un'infermiera mi ha chiesto se avessi allergie, ed io risposi "Sì". Tutti mi guarda­rono, ed io urlai: "Sono allergico alla gravità!". Tutti scoppiarono a ridere, ed io dissi: "Ed ora operatemi da uomo vivo, non come se fossi già morto"».
 
Rob mi ha insegnato che ogni giorno abbiamo la possibilità di scegliere di vivere la vita pienamente. Quindi è inutile preoccupar­si sempre per il domani, perché ogni giorno ha i suoi problemi, e domani penseremo ai problemi di domani. Dopo tutto, oggi è il domani di cui ti preoccupavi ieri.
E sull'OGGI, e sul DOMANI come sul IERI, c'è, rassicurante, la pre­senza di un DIO che è PADRE. E accanto la MADRE.Tratto da: “Madonna del Rosario 4/2010”

SERVIZIO DI DIO seguito

VANTAGGI DEL SERVIRE DIO. - Così il Salmista parla del servizio di Dio: «Cercate il Signore e l'anima vostra avrà vita» (Psalm. LXVIII, 33); «Oh, come utile e dolce mi è il consacrarmi al servizio di Dio!» (LXXII, 28); «Signore, voi sbaragliate tutti quelli che angustiano l'anima mia, perché io sono vostro servo» (CXLII, 12); «Quelli che servono al Signore, lo loderanno e le anime loro vivranno eternamente» (XXI, 27); «Dio è il mio pastore, io non languirò perché mi ha collocato in mezzo ai suoi pascoli, dove scorre un'acqua. pura e tranquilla. Egli dà la forza all'anima mia; mi ha fatto entrare nelle vie della giustizia per la gloria del suo nome. Anche quando camminerò in mezzo alle ombre di morte, io non temerò, a Signore, perché voi siete con me. Voi preparate per me una tavola sotto gli occhi medesimi di quelli che mi perseguitano. Voi spargete sul mio capo l'olio dei profumi. Delizioso e inebriante è il vostro calice e la vostra misericordia mi seguirà tutti i giorni della mia vita, affinché abiti nella casa del Signore per i giorni eterni» (XXII).
Dio è nostro pastore: le pecore abbisognano 1° di pascoli fertili; 2° di acqua pura; 3° di essere condotte per buone strade; 4° di essere difese dai lupi e da ogni altra bestia feroce; 5° di essere curate, se ammalate; 6° di essere ricondotte, se traviate; 7° di essere portate, se stanche; finalmente, di riparare all'ovile sul fare della notte. Ora Dio, il divina Pastore, di tutte queste attenzioni è largo con tutti coloro che fedelmente lo servono... «Scegliete la vita, affinché anche voi viviate, affinché amiate il Signore vostro Dio, obbediate alla sua voce e vi abbracciate a lui; poiché egli è la vita e la lunghezza dei giorni vostri» (Deut. XXX, 19-20). Ma per fare ciò, ricordiamoci che il tempo più utile e più propizio è la gioventù: «Quanto
felice è l'uomo, esclama Geremia, che si è avvezzato a portare il giogo del Signore fino dall'adolescenza!» (Lament. III, 27).
«Il servizio di Dio vale infinitamente più che la libertà del secolo», scrive S. Ambrogio (De fuga Saeculi); perché, come osserva S. Bernardo, servire a Dio è un regnare; portare Dio, non è peso, ma è ornamento e gloria (Serm. VII, in Psalm.). «Dio, dice S. Agostino, il cui servizio è così vantaggioso per tutti, ed al cui servizio si trova la sola e vera libertà, ci libera da tutto ciò che ci può nuocere. Questa è la nostra speranza, di essere liberati da colui che possiede la suprema libertà e di ottenere la salvezza nostra per mezzo della liberazione. Infatti noi eravamo servi della passione; ora resi liberi, facciamoci servi della carità (De Quant. animae)». Che sublime dignità, esclama S. Ambrogio è mai quella di essere serva dell'Onnipotente! (De Fuga saeculi). Anche Filone vide nel servizio di Dio una gloria incomparabile, una gloria non solamente più grande della libertà, ma infinitamente più preziosa di tutti i tesori, di ogni sovranità e di quante cose gli uomini sogliano maggiormente ammirare (De Ioseph.). - Diciamo dunque con Cassiodoro: «Azione molto più nobile e più gloriosa è servire a voi, a Signore, che non insignorirsi di tutti i regni del mondo; ed a ragione, perché al vostro servizio, di servi diventiamo figli, di empi diventiamo giusti, di schiavi diventiamo liberi (In Psalm.)».
Dice il Signore: «I miei servi nuoteranno nell'abbondanza, e voi che disprezzate il mio servizio, morrete di fame; i miei servi berranno a sazietà, e voi languirete di sete; essi lieti, e voi mesti e confusi; essi scioglieranno nell'esultanza del loro cuore cantici di lode, e voi manderete, nell'ambascia del vostro petto, grida, gemiti e lamenti» (ISAI. LXV, 13-14). Leggiamo ancora nella Scrittura, che la casa del servo di Dio sarà benedetta in eterno (II Reg. VII, 29); che coloro i quali ascoltano e osservano la legge di Dio, passeranno i loro giorni nella felicità e i loro anni nella gloria (IOB. XXXVI, 11).
Dovunque il popolo di Dio entrò senz'arco, senza saetta, senza scudo, senza spada, si legge nel libro di Giuditta, che Dio combatté e vinse per lui; e nessuna mai insultò quel popolo, se non quando egli cessò o si scostò dal servizio del Signore. Tutte le volte ch'egli adorò altri che il suo Dio, fu abbandonato alla spada ed all'ignominia, e ogni volta che, pentito di aver lasciato il servizio del suo Dio, lo riprendeva, il Signore del cielo gli dava forza a resistere. Mentre si mantenne fedele nel servizio di Dio, soggiogò i re dei Cananei, dei Gebusei, dei Ferezei, degli Etei, degli Evei, degli Amorei vinse tutti i forti di Esebon, ne occupò le terre e le città. Finché non peccò alla presenza del suo Dio, ebbe beni in abbondanza, perché il suo Dio abomina l'iniquità. Prima di questi anni, essendosi essi ritirati dal servizio di Dio, furono battuti e sterminati in guerra da parecchie nazioni, e buon numero di loro vennero condotti schiavi in terra straniera (IUDITH. V, 18-22). In questo quadro dipinto dalla mano stessa dello Spirito Santo, noi vediamo i vantaggi mirabili del servizio di Dio e le calamità che incolgono quelli che lo abbandonano...
Chi ha salvato Noè dal diluvio? La sua fedeltà nel servizio di Dio. Chi ha resi sì celebri Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe? Chi ha fatto così forti e potenti Mosè, Giosuè, Giuda Maccabeo? Donde attingevano i Profeti tante virtù, tanti lumi? Chi formò la gloria di Giobbe, di Tobia, di Susanna, di Giuditta, d'Ester, di Debora, di Giaele? Chi ha dato agli Apostoli tanto zelo, ai martiri tanta pazienza, agli anacoreti tanto ardore di mortificazione, alle vergini tanta bellezza di santità? Chi forma anche al presente i generosi missionari, le sante figlie della carità? Chi popola i chiostri di ferventi religiosi? Chi fa il buon pastore ed il buon gregge? Chi forma tutti i Santi in tutti i tempi? Una sola risposta si può dare a tutte queste domande: Chi opera tutti questi prodigi è la consecrazione al servizio di Dio. All'opposto, qual è la causa di tanti scandali, di tanti misfatti, di tanti delitti? la trascuranza, il disprezzo del servizio di Dio. Chi empie l'inferno e fa i reprobi? l'oblìo, l'abbandono del servizio di Dio... Udite come parla un gran servo di Gesù Cristo, S. Paolo: «Io ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora non mi resta che aspettare la corona di giustizia, la quale il Signore, giusto giudice, mi darà in quel giorno, né solo a me, ma anche a quanti amano la sua venuta» (II Tim. IV, 7-8).
NESSUNO PUÒ SERVIRE DUE PADRONI. - Perentoria è la sentenza del divin Redentore: «Nessuno può servire due padroni a un tempo; perché o amerà l'uno e odierà l'altro; o ubbidirà questo e disprezzerà quello» (MATTH. VI, 24). No, non si può servire il Creatore e la creatura, Dio e Satana, il cielo e la terra, la virtù e il vizio, l'anima e il corpo. «Se piacessi tuttavia agli uomini, non sarei punto servo di Cristo», diceva il grande Apostolo (Gal. I, 10). «Impossibile impresa, dice S. Bernardo, riuscirà sempre l'accoppiare insieme la verità e la menzogna, quello che è eterno e ciò che è transitorio, le cose dello spirito e quelle della carne, il cielo e la terra; nessuno arriverà mai a gustare nel medesimo tempo le delizie che vengono dall'alto e quelle che vengono dal basso (Serm. super Missus est)». Quelli che hanno il cuore diviso, periranno, dice il profeta Osea (X, 2).
Il Signore aveva detto ad Israele: «Non avrai dèi stranieri» (Deut. V, 7). Ora quando i figli di Giuda, dimenticato questo comando, alternavano il culto del vero Dio con quello degli dèi delle nazioni, Elia fortemente ne li riprese e disse: «Orsù decidetevi; e fino a quando tentennate fra due partiti? Se il Signore è Dio, seguitelo; se poi tale è Baal, a lui decisamente consacratevi» (III Reg. XVIII, 21).COME SI SERVE DIO. - Otto condizioni assegna Iddio al suo servizio, perché gli sia gradito: 1° vuole che lo serviamo nella giustizia...; 2° con cuore puro, buono, sincero, retto, fervente; 3° che ci dedichiamo tutti interi al suo servizio; 4° che lo serviamo con gioia, non con angustia e tristezza; 5° che facciamo tutto il possibile per servirlo nel miglior modo; 6° che lo serviamo con cuore generoso e buona volontà; 7° che il nostro servizio non sia incoerente, viziato, corrotto, ma puro e perfetto; 8° che lo serviamo fino all'ultimo respiro.
I mezzi per servire Dio sono: 1° Avere gusto per le cose del cielo, non per quelle della terra (Coloss. III, 2). 2° Fare ogni nostra azione nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre (Coloss. III, 17). 3° Pensare che quel giorno solamente voi cominciate a servire Dio, e che può forse essere l'ultimo vostro giorno. 4° Non darvi mai a credere di avere, fino a quel punto, servito fedelmente e puntualmente Iddio. 5° «Un mezzo vi suggerisco, scrive S. Agostino, col quale potete lodare e servire del continuo Iddio, quando lo vogliate; ed è che facciate bene tutto ciò che fate (In Psalm. XXXIV)».
Cornelio A Lapide

SERVIZIO DI DIO

NECESSITÀ DI SERVIRE DIO. - «Voi non servirete mai a dèi stranieri, disse Iddio al popolo d'Israele, ma temerete il Signore vostro Dio, e lui solo servirete» (Deut. V. 7 - VI, 13). «Adorerete il Signore Dio vostro, ripete Gesù Cristo, ed a lui solo servirete» (MATTH. IV, 10). «Chi vuole avere sottomesso a sé l'inferiore, dice S. Agostino, deve sottoporsi egli medesimo al suo superiore. Riconoscete l'ordine: obbedite voi a Dio e la carne obbedisca a voi. Qual cosa più giusta? qual cosa più bella? Voi stare soggetto a chi vi è superiore e il vostro inferiore stare soggetto a voi. Servite voi colui che vi ha creato, affinché a voi serva quello che è stato fatto per voi. Ma se voi disprezzate il servizio di Dio, non avrete mai la carne soggetta a voi. Voi che non obbedite al Signore, sarete tormentati dallo schiavo (In Psalm. CXLIII)». Vedete Faraone, dice altrove il medesimo Santo; ricusò di obbedire a Dio e si vide costretto a sottoporsi a moscerini.
«Avendo voi ricevuto il Signore Gesù Cristo, scriveva S. Paolo ai Colossesi, camminate in lui, radicati in lui, edificati su lui e rinforzati nella fede quale vi fu insegnata, e fate che abbondi ogni dì più in voi con azioni di grazie» (Coloss. II, 6-7). Notate questo triplice paragone: l° l'Apostolo assomiglia Gesù e la fede in Gesù ad una strada, per la quale bisogna camminare; 2° ad una radice, alla quale noi dobbiamo essere innestati e abbarbicati; 3° ad una pietra fondamentale, su cui dobbiamo fabbricare... A proposito di quel precetto del medesimo Apostolo: «Tutti quelli che si trovano in condizione servile, stimino i loro padroni degni di ogni onore» (I Tim. VI, 1), il Crisostomo fa quest'osservazione: Se l'Apostolo comanda in modo così rigoroso ai servi di obbedire, servire ed onorare i loro padroni; quanto più severo e grande e stringente è per noi l'obbligo di servire il Signore, dal quale abbiamo ogni cosa! (Homil. ad pop.).
Dio ha fatto l'uomo perché lo conosca, conoscendolo l'ami, amandolo lo possegga, e possedendolo ne goda e sia eternamente felice. «Non conoscere Dio, commenta S. Agostino, è morire; conoscerlo, è vivere; disprezzarlo, è perire; servirlo, è regnare (De coelest. Vita)». E se l'anima nostra non è governata dal legittimo re del cielo, dice altrove, è saccheggiata dal tiranno (Serm. LXXXIV de Temp.). Perciò il Salmista cantava: «Applaudite, o popoli, sciogliete inni di gioia al Signore» (Psalm. XLVI, 2); «Il Dio dei prodigi è il nostro Dio per tutti i secoli e nell'eternità» (Psalm. XL VII, 15); «Cercate il Signore, e l'anima vostra avrà vita» (Psalm. LXVIII, 33); «La mia parte è di servire voi, o Signore, osservando la vostra legge» (Psalm. CXVIII, 57); «Ogni anima lodi il Signore» (Psalm. CL, 6). «Il Signore è mia forza e mia gloria, diceva Mosè e con lui ad una voce tutto Israele; egli è stato mia salute; è il mio Dio e lo glorificherò; il Dio dei miei padri e lo esalterò» (Exod. XV, 2).
«Temete il Signore vostro Dio, dice la Scrittura, adoratelo e offritegli i vostri sacrifizi. Osservate le sue cerimonie, i suoi ordini, le sue leggi ed i precetti che ha scritto per voi; adempiteli tutti i giorni della vostra vita e non dimenticate mai l'alleanza che ha stretto con voi» (IV Reg. XVII, 36-38). Il vecchio Tobia esortava il figliolo che servisse il Signore in ogni tempo, lo pregasse di custodirlo in tutti i suoi passi e tenesse sempre il pensiero volto in Dio; che servisse a Dio nella verità e si studiasse di fare quello che sapeva essergli accetto e raccomandasse alla sua famiglia di fare elemosine ed opere di giustizia, di ricordarsi di Dio e benedirlo in ogni tempo nella verità (TOB. IV, 20 - XI, 10-11). Il Signore ci domanda che gli diamo il cuore (Prov. XXIII, 26); e ci avvisa che, consecrandosi al suo servizio, guardiamo di tenerci nella giustizia e nel timore e di preparare l'anima nostra alle prove (Eccli. II, 1). «Cercate il Signore, dice Isaia, mentre vi è dato trovarlo; invocatelo, mentre vi sta dappresso» (ISAI. LV, 6). Secondo S. Bernardo, chi non cerca Iddio, chi non lo serve, non ha nessuna virtù. Il servizio di Dio non deve aver fine. Anche quando abbiamo trovato Iddio, non dobbiamo cessare dal cercarlo con desideri ardenti (De Quadrup. debito).
La Sacra Scrittura, i santi Padri, la Chiesa, la nostra coscienza, i nostri bisogni, la nostra felicità, tutto insomma ci grida che è dovere nostro il servire Dio per tutta la vita.
MOTIVI DI SERVIRE DIO. - Dobbiamo servire Dio perché nostro Creatore..., padre..., redentore..., nostra provvidenza..., nostro benefattore continuo... Dobbiamo servire Dio perché è somma felicità servirlo fedelmente; suprema, immensa disgrazia non servirlo... Egli dice a ciascuno di noi, come già al popolo di Giuda: «Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho cavato dalla terra dell'Egitto, dalla casa della schiavitù» (Deut. V, 6). Noi veniamo da Dio, abbiamo tutto da Dio, siamo debitori di tutto a Dio, dell'anima, del corpo, dei beni, della sanità, del cibo, del vestito, ecc.; tutto ciò adunque importa a noi il dovere di attendere al servizio di Dio. con tutta l'anima, con tutto il cuore, con tutte le forze. Tutto quello che abbiamo da lui, si deve consecrare al suo servizio: ora che cosa abbiamo, che non ci venga da lui?.. «Ecco che colui il quale fece il cielo e la terra, sta su la soglia di tua casa, dice S. Bernardo; egli è il tuo Creatore, tu sei la sua creatura; tu il servo, egli il padrone; egli il vasaio, tu il fango di cui forma il vaso. Tutto quello adunque che sei, lo devi a colui dal quale hai ricevuto tutto ciò che hai, a colui che ti ha fatto e ti ha beneficato; è lui che regola a tuo pro il corso degli astri, la temperatura delle stagioni, la fecondità della terra, la copia dei frutti. Lui devi servire con tutto l'affetto, con tutto il vigore dell'anima tua (De Quadrup. debito)». Di maniera che possa dire col Salmista: «L'anima mia vivrà per il mio Dio, e la mia discendenza servirà a lui» (Psalm. XXI, 31).
E' dovere di ogni uomo lodare, pregare, servire incessantemente Iddio col pensiero, con l'opera, con l'anima, col cuore: 1° perché Dio è la maestà infinita, la libertà, la bontà, la misericordia, la santità, la potenza illimitata... 2° A motivo dei suoi doni spirituali e temporali... 3° Tutte le creature anche irragionevoli testimoniano della gloria del loro Creatore e dell'omaggio che gli prestano con la loro bellezza, col loro ordine, con la loro inalterabile obbedienza; col loro esempio invitano e sollecitano l'uomo a conoscerlo, amarlo, servirlo, adorarlo... 4° Perché servire Dio è l'uffizio proprio degli Angeli e dei Santi nel cielo, per tutta l'eternità.In quanto poi all'obbligo di servire Gesù Cristo, non può essere né più chiaro, né più stringente. «Gesù Cristo è morto per tutti, dice il grande Apostolo, affinché tutti quelli che vivono, non vivano omai più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (II Cor V, 14-15). «L'anima deve dimenticare se stessa, dice S. Anselmo, ed essere tutta di Gesù Cristo il quale morì per farci morire al peccato, e risuscitò per farci risuscitare alle opere della giustizia (Monolog.)». Per quattro potenti ragioni, dice S. Bernardo, noi dobbiamo consecrare tutta la vita nostra al servizio di Gesù Cristo. 1° In soddisfazione delle nostre colpe passate... 2° Perché è nostro Creatore... 3° Perché nostro Redentore... 4° perché autore della nostra gloria futura (De Quadrup. debito).

Storia di una belva diventata... agnello

Un ex-terrorista sente il passo di Dio!
Nella vita di S. Francesco è giustamente celebre l'epi­sodio del feroce lupo di Gubbio che, ammonito severa­mente dal Santo, diventò mite come un agnello. Non è escluso che l'episodio nasconda la conversione di qual­che feroce brigante di quel tempo. Del resto, nella storia della Chiesa, queste trasformazioni sono piuttosto fre­quenti e svelano l'infaticabile peregrinazione di Cristo per le vie tortuose degli uomini. Nel 1986, per ricordare un epi­sodio abbastanza recente, l'ex­terrorista Marco Pisetta, scriven­do a padre Adolfo Bachelet (fra­tello di Vittorio Bachelet, assas­sinato dalle Brigate Rosse), gli apri la sua anima e raccontò l'e­mozione provata nel momento in cui avverti il respiro di Cristo... alle sue spalle.
Ecco le sue parole toccanti: "Io dico che mi ha aiutato molto qual­cuno che va oltre gli uomini, qual­cuno al quale ho chiesto aiuto, qualcuno al quale mi sono affida­to, qualcuno che mi ha dato una certa pace e serenità interna, qualcuno che ho incontrato in un cammino che sto cercando di per­correre anche ora, nonostante le molteplici difficoltà che vengono dal mio passato. Nel passato ho sempre diviso il mondo in due, nemici e amici; e poi lo dividevo ancora, in metà che scappa e l'altra metà che la rincorre, oppure metà che produce e metà che mangia i prodotti, e così via, in un circolo senza fine e senza sbocchi per uscirne, fatto di odi e di rancori. Non ho ancora il coraggio di pronunciare il nome di quel qualcuno, perché non credo di essere arri­vato sufficientemente vicino a lui per sentirlo e per rico­noscerlo, però intravedo la sua luce e odo la sua voce, anche se non capisco il suo linguaggio". Impressiona il martellante "qualcuno" senza avere il coraggio di pronunciare il nome! Sentimenti simili li ritroviamo in Giovanni Papini, dopo il suo clamoroso abbraccio con Cristo.

La belva di Firenze

Giovanni Papini nacque a Firenze nel 1881 da Luigi e da Erminia Cardini. Il papà, ex-garibaldino d'Aspro­monte e del Volturno, massone convinto e repubblicano feroce, aveva risolutamente deciso di non far battezzare il figlio e vigilava, affinché la moglie non commettesse un simile e (per lui!) ridicolo gesto. Ma le donne, come si dice, ne sanno sempre una più del diavolo. E, infatti, la mamma, dopo aver preso tutte le dovute precauzioni, trovò il modo di por­tare segretamente il bambino in chiesa e lo fece battezzare con il nome di Giovanni: il seme del santo Battesimo faticò tanto a ger­mogliare accanto a papà Luigi, ma, alla fine, spuntò rigoglioso regalando alla Chiesa e al mondo un meraviglioso cristiano.
Inizialmente, si capisce, cre­scendo all'ombra di un padre... fervente anti-cattolico, Giovanni Papini bevve avidamente i vele­nosi principi di una visione della vita senza Dio, anzi... contro Dio!
Nel 1911, all'età di trent'anni, pubblicò un terribile libro, intitolato `Le memorie d'Iddio'. In questo libro Papini, ironicamente, metteva in scena Dio stesso e sulla bocca di Dio poneva queste blasfeme parole: "Uomini: diventate atei tutti, fatevi atei subito! Dio stesso, il vostro Dio, Iddio vostro figlio, ve ne prega con tutta l'anima sua!". Parole terribili!
L'opera, si capisce, fece grande scalpore e suscitò un mare di reazioni. Giovanni Papini, dopo la conversione, piangeva al pensiero di aver scritto un simile libro e incaricò la figlia Viola di ricercare tutte le copie ancora esi­stenti e di bruciarle. È stata la figlia a raccontare che il papà, rattristato e pentito, un giorno le disse: "Viola, mi fido soltanto di te. Mi son fatto rendere da Vallecchi tutti i volumi delle `Memorie d'Iddio': bruciali tutti, che non ne resti nemmeno una copia!".
Ma nel 1911 il sentimento di Papini era completamen­te diverso e provò una soddisfazione beffarda di fronte ai commenti scandalizzati dei credenti. E, due anni dopo, sulla rivista da lui fondata, L'Acerba, pubblicò un artico­ lo ancora più cattivo, intito­lato `Cristo peccatore'. In quelle pagine egli insultò Cristo con termini volgari e irripetibili, al punto tale che l'arcivescovo di Firenze proibì ai fedeli la lettura della rivista e contro l'autore venne intentato un processo (nel quale fu assolto) per oltraggio alla religione.
In quell'occasione Tom­maso Gallarati Scotti gli scrisse una severa lettera di rimprovero, che però termi­nava con una singolare pro­fezia. Diceva così: "Lascia che io confidi per te in Colui a cui hai gettato il fango e nel quale io credo con tutto l'ar­dore della mia fede rinata. Perché tu non te ne puoi libe­rare. L'ombra della Sua cro­ce si stende anche sopra di te, il Suo occhio non ti ab­bandona. Egli rimane il si­lenzioso giudice della tua vita. Tu non puoi fuggirlo. Egli attende la tua anima al varco per risponderti" .
E così è stato: puntualmente! Anche Domenico Giuliotti, anima aperta alla Luce di Cristo, era convinto che le bestemmie di Papini nascondes­sero interesse, nostalgia e forse... anche amore. Fu Giu­liotti a dire apertamente che quel "fetido, ignorantissimo e stupidissimo porcume dell'Acerba" non era il vero Papini.

Un uomo finito trova l'Infinito

Intanto lui, il provocatore nato, nel 1912 esce con l'o­pera `Un uomo finito'. In quest'opera si aprono inattesi squarci, dai quali si intravede un'anima disperata... , un'anima alla ricerca della luce. Scrive: "Tutto è finito, tutto è perduto, tutto è chiuso. Non c'è più nulla da fare. Consolarsi? Neppure. Piangere? Ma per piangere ci vuole ancora dell'energia, ci vuole un po' di speranza! Io non son più nulla, non conto più, non voglio niente: non mi muovo. Sono una cosa e non un uomo. Toc­catemi: sono freddo come una pietra, freddo come un sepol­cro. Qui è sotterrato un uomo che non poté diventare Dio"'.
Parole inquietanti di un uomo di trentuno anni appena, parole che riecheggiano le diaboliche affermazioni di Federico Nietzsche! Però, nella stessa opera, Giovanni Papini lancia un grido, una invocazione, quasi una pre­ghiera: "Io non chiedo né pane, né gloria, né compassio­ne. Ma chiedo e domando, umilmente, in ginocchio, con tutta la forza e la passione dell'anima, un po' di certez­za: una sola, una piccola fede sicura, un atomo di verità. Ho bisogno di un po'di cer­tezza, ho bisogno di qualcosa di vero. Non posso farne a me­no; non so più vivere senza. Non chiedo altro, non chiedo nulla di più, ma questo che chiedo è molto, è una stra­ordinaria cosa: lo so. Ma la voglio in tutti i modi, a tutti i costi mi deve essere data, se pur c'è qualcuno al mondo cui preme la mia vita. Senza questa verità non riesco più a vivere e se nessuno ha pietà di me, se nessuno può risponder­mi, cercherò nella morte la beatitudine della piena luce o la quiete dell'eterno nulla".
La risposta di Cristo non tardò a venire, perché Cristo è sempre accanto all'uomo che Lo invoca: il problema non è Lui, ma è la porta del cuore umano che deve umil­mente aprirsi per accogliere l'infaticabile Pellegrino d'Amore. Perché Lui, Gesù Cristo, non ha l'abitudine (che è tipica dei ladri) di sfondare le porte.
Ma se la porta si apre...!
Non sappiamo quando Papini aprì la porta a Cristo: noi siamo soltanto spettatori della festa, a incontro già avve­nuto. Però è sicuro che l'incontro avvenne tra il 1919 e il 1921. Come? Che cosa o chi preparò l'incontro? Possiamo affermare che tutta una serie di provviden­ziali circostanze ammansirono `la belva' nascosta nell'anima di Papini e fecero nascere l'agnello pronto a corre­re incontro al Buon Pastore.
Ecco le circostanze: la prima guerra mondiale con la sua carica di tragedie assurde; il rimorso d'averla invocata (anche questo fece Papini!); la Comunione delle sue bam­bine e la dolcezza cristiana della moglie; i rimproveri e gli stimoli continui dell'amico Domenico Giuliotti; le letture buone di quel periodo (tra cui le opere di S. Agostino e di Pascal e gli Esercizi Spirituali di S. Ignazio di Loyola e l'Imitazione di Cristo e lo stesso Vangelo) andavano tutti in una direzione: il cuore ormai gravitava verso Cristo.
Il buon amico Giuliotti, il 20 gennaio 1920 gli scrisse: "Tu assetato di verità, eccoti sprofondato, fino all'ultimo riccio­lo della tua gran testa piena di lampi e di buio, nel fetido pozzo nero dell'anticlericalis mo che disprezzi. I tuoi occhi non vedono; i tuoi orecchi, otturati dal cerume dell'ignoran­za religiosa, non odono. Hai da imparare a farti il segno del­la Croce, da imparare a inginocchiarti, da imparare a cre­dere nell'Incomprensibil e, da imparare a comunicarti come le tue bambine e da imparare infine, carezzato dalla Fede, a combattere per la verità della Chiesa che è la verità di Dio. La tua penna, per vent'anni, ha scritto a dettatura del diavolo. Tu sei stato, per vent'anni, un avvelenatore di te stesso e degli altri. Bisogna cancellare e riscrivere. I tuoi libri, alcuni infami, altri vani, altri belli ma profani, but­tali risolutamente e con gioia, sul rogo della vanità. E ricomincia da capo. Scrivi per rinnegare tutto ciò che hai scritto; per essere folle, tra i savi del mondo, della follia di Cristo. Mettiti contro-corrente. Lotta, ricoperto dagli sputi della marmaglia, sotto l'insegna della Croce"'.
Come è commovente questo modo di essere amici: amici per farsi del bene. Questa è l'amicizia! E Papini ascoltò l'amico Domenico Giuliotti e ascoltò tante voci che indicavano tutte la stessa direzione. Dirà lui stesso: "Come lo scrittore sia giunto a ritrovare Cristo, da sé, camminando per molte strade che alla fine sboccavano tutte ai piedi della Montagna dell'Evangelo, sarebbe un discorso troppo lungo e anche difficile".
È vero! È difficile raccontare la strada fatta per andare incontro a Cristo, perché, in verità, quella strada è la stra­da che ha fatto Cristo per venire incontro a noi. Qui sta il meraviglioso mistero di ogni conversione.

Un uomo nuovo

Net 1921 Giovanni Papini era cristiano: fervente cri­stiano, letteralmente innamorato di Cristo. E il suo amore per Cristo lo tradusse in un'opera, la Storia di Cristo (cinquecento pagine, novantasei capitoli), nella quale egli testimonia la gioia e lo stupore dell'incontro con Colui che da sempre gli mancava; ma soprattutto in queste pagine egli invoca il Signore con l'entusiasmo del neofita, con la gioia del viandante che, dopo anni di smarrimento, approda alla casa sognata e avverte il biso­gno di gridare a tutti - special­mente agli uomini di cultura - l'urgenza di un ritorno all'unico Salvatore. Nell'intenzione di Papini, la Storia di Cristo vuole essere un atto di riparazione e lo dice apertamente: "L'autore di questo libro ne scrisse un altro, anni fa, per raccontare la malin­conica storia di un uomo che volle, per un momento, diventare Dio. Ora, nella maturità degli anni e della coscienza, lo stesso autore ha tentato di scrivere la vita di un Dio che si fece uomo. In quel tempo di febbre e di orgo­glio, quegli che scrive offese Cristo come pochi altri, prima di lui, avevano fatto. Eppure dopo sei anni appena - ma sei anni che furono di gran travaglio e deva­stazione fuori di lui e dentro di lui - dopo lunghi mesi di concita­ti ripensamenti, ad un tratto, interrompendo un altro lavoro, quasi sollecitato e sospinto da una forza più forte di lui, cominciò a scrivere questo libro di Cristo, che ora gli sembra insufficiente espiazio­ne di quelle colpe".
Dopo aver incontrato Cristo, tutto il resto gli sembra ombra. Scrive con deciso puntiglio: "Quello che fu pri­ma di Cristo può essere bello, ma è morto. Cesare ha fatto, ai suoi tempi, più rumore di Gesù e Platone inse­gnava più scienza di Cristo. Ancor se ne ragiona, del primo e del secondo, ma chi si accalora per Cesare o contro Cesare? E dove sono, oggi, i platonici e gli anti­platonici? Cristo, invece, è vivo in noi. C'è ancora chi lo ama e chi lo odia. C'e una passione per la passione di Cristo e una per la distruzione. E l'accanirsi di tutti con­tro di Lui dice che Egli non è ancora morto". Cristo è vivo! Questa è l'esperienza entusiasmante, che si ritrova in ogni convertito: Cristo è vivo!
E a Cristo, a conclusione della originalissima storia della Sua vita, Papini rivolge una memora­bile preghiera che, ancora oggi, fa vibrare l'anima di profonda emozione: "Gesù, sei ancora, ogni giorno, in mezzo a noi. E sarai con noi per sempre. Vivi tra noi, accanto a noi, sulla terra ch'è tua e nostra, su questa terra che ti accolse fanciullo tra i fan­ciulli e giustiziabile tra i ladri; vivi coi vivi, sulla terra dei viven­ti che ti piacque e che ami, vivi d'una vita non umana sulla terra degli uomini, forse invisibile anche a quelli che ti cercano, forse sotto l'aspetto d'un Povero che compra il suo pane da sé e nessuno lo guarda. Ma ora è giunto il tempo che devi riappa­rire a tutti noi e dare un segno perentorio e irrecusabile a que­sta generazione. Tu vedi, Gesù, il nostro bisogno; tu vedi fino a che punto è grande il nostro grande bisogno; non puoi fare a meno di conoscere quanto è improrogabile la nostra necessità, come è dura e vera la nostra angustia, la nostra indigenza, la nostra dispera­zione; tu sai quanto abbisogniamo d'un tuo intervento, quant'è necessario un tuo ritorno. Sia pure un breve ritorno, una venuta improvvisa, subito seguìta da un'im­provvisa scomparsa; un'apparizione sola, un arrivare e un ripartire, una parola sola nel giungere, una parola sola nello sparire, un segno solo, un avviso unico, un balenamento nel cielo, un lume nella notte, un aprirsi del cielo, un risplendere nella notte, un'ora sola della tua eternità, una parola sola per tutto il tuo silenzio. Abbiamo bisogno di te, di te solo, e di nessun altro. Tu solamente, che ci ami, puoi sentire, per noi tutti che sof­friamo, la pietà che ciascuno di noi sente per se stesso. Tu solo puoi sentire quanto è grande, immisurabilmente grande, il bisogno che c'è di te, in questo mondo, in que­sta ora del mondo. Nessun altro, nessuno dei tanti che vivono, nessuno di quelli che dormono nella mota della gloria, può dare, a noi bisognosi, riversi nell'atroce penuria, nella miseria più tremenda di tutte, quella del­l'anima, il bene che salva. Tutti hanno bisogno di te, anche quelli che non lo sanno, e quelli che non lo sanno assai più di quelli che lo sanno. L'affamato s'im­magina di cercare il pane e ha fame di te; l'assetato crede di voler l'acqua e ha sete di te; il mala­to s'illude di agognare la salute e il suo male è l'assenza di te. Chi ricerca la bellezza nel mondo cerca, senza accorgersene, te che sei la bellezza intera e perfetta; chi persegue nei pensieri la veri­tà, desidera, senza volere, te che sei l'unica veri­tà degna d'esser saputa; e chi s'affanna dietro la pace cerca te, sola pace dove possono riposare i cuori più inquieti. Essi ti chiamano senza sapere che ti chiamano e il loro grido è inesprimibilmen­te più doloroso del nostro".
E, a questo punto, dal cuore di Papini esce un'accorata preghiera che passa attraverso la pas­sione di Cristo e diventa passione d'amore per Lui: "Sei venuto, la prima volta, per salvare; nascesti per salvare; parlasti per salvare; ti face­sti crocifiggere per salvare: la tua arte, la tua opera, la tua missione, la tua vita è di salvare. E noi abbiamo oggi, in questi giorni grigi e maligni, in questi anni che sono un condensamento e un accrescimento insopportabile d'orrore e dolore, abbiamo bisogno, senza ritardi, d'esser salvati! Se tu fossi un Dio geloso e acrimonioso, un Dio che tiene il rancore, un Dio vendicativo, un Dio solamente giusto, allora non daresti ascolto alla nostra preghiera. Perché tutto quello che gli uomini potevan farti di male, anche dopo la tua morte, e più dopo la tua morte che in vita, gli uomini l'hanno fatto; noi tutti, quello stesso che ti parla insieme agli altri, l'abbiamo fatto. Milioni di Giuda ti hanno baciato dopo averti venduto, e non per trenta denari soli, e nep­pure una volta sola; legioni di Farisei, sciami di Caifa ti hanno sentenziato malfattore, degno d'esser rinchioda­to; e milioni di volte, col pensiero e la volontà, ti hanno crocifisso; e un'eterna canaia di fecciosi esaltati t'ha ricoperto il viso di saliva e di schiaffi; e gli staffieri, gli scaccini, i portinai, la gente d'arme degli ingiusti deten­tori d'argento e di potestà ti hanno frustato le spalle e insanguinata la fronte; e migliaia di Pilati, vestiti di nero o di vermiglio, e usciti appena dal bagno, profumati d'unguenti, ben pettinati e rasati, ti hanno consegnato migliaia di volte agl'impiccatori dopo averti riconosciu­to innocente; e innumerevoli bocche fiatulenti e vinose hanno chiesto innumerevoli volte la libertà dei ladri sediziosi, dei criminali confessi, degli assassini cono­sciuti, perché tu fossi innumerevoli volte trascinato sul Teschio e affisso all'albero con cavicchi di ferro fucinati dalla paura e ribattuti dall'odio". Come fanno impres­sione le parole di questa ardente preghiera: è la preghie­ra che sembra fatta anche per i nostri giorni! E le ultime parole della preghiera rassomigliano al respiro affannoso di chi vorrebbe comunicare tante cose, ma gli restano bloccate nella gola per l'emozione e il bri­vido della febbre. Però riesce ancora a dire: "La grande esperienza volge alla fine. Gli uomini, allontanandosi dall'Evangelo, hanno trovato la desolazione e la morte. Più d'una promessa e d'una minaccia s'è avverata. Ormai non abbiamo, noi disperati, che la speranza d'un tuo ritorno. Se non vieni a destare i dormenti accovati nella melma puzzante del nostro inferno, è segno che il castigo ti sembra ancor troppo corto e leggero per il nostro tradimento e che non vuoi mutare l'ordine delle tue leggi. E sia la tua volontà ora e sempre, in cielo e sulla terra. Ma noi, gli ultimi, ti aspettiamo. Ti aspette­remo ogni giorno, a dispetto della nostra indegnità e d'ogni impossibile. E tutto l'amore che potremo torchia­re dai nostri cuori devastati sarà per te, Crocifisso, che fosti tormentato per amor nostro e ora ci tormenti con tutta la potenza del tuo implacabile amore".
E Papini lasciò torchiare dal suo cuore anche l'ultima goccia d'amore per Cristo. Un giorno gli capitò di leg­gere nel `Pellegrino Cherubico' di Angelo Silesio, `un protestante tedesco del Seicento, che quando si converti al cattolicesimo diventò frate minore e poeta', questa profonda affermazione: "Anche se Cristo nascesse mille e diecimila volte a Betlemme, a nulla ti gioverà se non nasce almeno una volta nel tuo cuore". Lo scrittore di Firenze si domandò: "Ma come potrà accadere questa nascita interiore?". Ecco la risposta che egli stesso ci ha consegnato: "Eppure questo miracolo nuovo non è impossibile purché sia desiderato e aspettato. Il giorno nel quale non sentirai una punta di amarezza e di gelo­sia dinanzi alla gioia del nemico o dell'amico, rallegra­ti perché è segno che quella nascita è prossima. Il gior­no nel quale non sentirai una segreta onda di piacere dinanzi alla sventura e alla caduta altrui, consolati per­ché la nascita è vicina. Il giorno nel quale sentirai il bisogno di portare un po' di letizia a chi è triste e l'im­pulso di alleggerire il dolore o la miseria anche di una sola creatura, sii lieto perché l'arrivo di Dio è imminen­te. E se un giorno sarai percosso e perseguitato dalla sventura e perderai salute e forza, figli e amici e dovrai sopportare l'ottusità, la malignità e la gelidità dei vicini e dei lontani, ma nonostante tutto non ti abbandonerai a lamenti né a bestemmie e accetterai con animo sereno il tuo destino, esulta e trionfa perché il portento che pare­va impossibile è avvenuto e il Salvatore è già nato nel tuo cuore. Non sei più solo, non sarai più solo. Il buio della tua notte fiammeggerà come se mille stelle chio­mate giungessero da ogni punto del cielo a festeggiare l'incontro della tua breve giornata umana con la divina eternità". Scriveva così il 25 dicembre 1955, poco più di sei mesi prima di morire: senza rendersene conto, Papini scrisse pagine simili a quelle di Francesco d'Assisi! (Tratto da: “Il Messaggero della Santa casa” 2004)

UNA SCARPETTA ROSSA PER NANCY HAMILTON

Presso il fiume San Lorenzo vennero ad abitare una mam­ma e una bambina. Gli scolari chiassosi che passavano vede­vano un batuffolo biondo di quattro anni seduto perpetuamen­te sopra una sedia a rotelle. Li guardava passare e sorrideva. Un giorno, Roby disse agli amici di quarta elementare: - Ma che ha quel cosino da guardarci sempre come se fossimo pinguini del Polo Nord? E perché è sempre seduta e non cammina mai? Venite, andiamo a vedere.
Fu così che un gruppo di scolaretti comparve sul sentiero e si fermò a pochi passi da Nancy Hamilton. Essa sorrise anco­ra, e con la mano fece loro cenno di venire avanti.
Roby salì i gradini, e toccandole sgarbatamente i piedi do­mandò: - Cos'hai che non cammini come noi?
La mamma, giunta in quel momento, stava per rispondere a quell'importuno di filarsene via, ma Nancy fu più lesta di lei: - I miei piedi non vanno svelti. Però mi piace giocare e avere degli amici.
Roby ridiscese lentamente.
- È malata - disse ai compagni. - Però è buona. L'indomani quella squadretta ritornò con mazzi di fiori campestri, e Nancy batté freneticamente le mani di gioia. Que­gli scolaretti furono i suoi primi amici.
Era nata così, con i piedi enormemente gonfi, per un tumo­re inguaribile. E anche le due ultime dita della mano sinistra erano malate.
Suo papà era morto in un incidente automobilistico poco prima che essa nascesse. Sua mamma, la sua carissima « Pa », lavorava tutto il giorno per lei.
«Potrei avere delle scarpette rosse?» - Il Natale di quell'anno, mamma la condusse a vedere Bab­bo Natale. Nel reparto giocattoli di un grande magazzino una fiumana di bambini eccitati sfilava davanti ad un bel vecchio vestito di rosso, con la grande barba bianca. Ognuno gli sus­surrava all'orecchio i giocattoli che desiderava. E il buon vec­chio, mettendo le mani in enormi scatoloni che lo circondava­no, estraeva bambole, pattini, palloni colorati...
- Pensa a qualche cosa da domandare a Babbo Natale - sussurrò la mamma a Nancy. - Chiedigli quello che vuoi. Nancy le fece cenno di sì con la testa. La fila ondeggiò. Toccava a lei. - Per piacere, Papà Natale, potrei avere un paio di scar­pette rosse?
Gli occhi di Babbo Natale si fissarono sui piedi gonfi della bambina, e rimasero interdetti. La mamma intervenne: - Nancy per ora non può portare le scarpe, ma un giorno le avrà.
Babbo Natale posò un bacio sui capelli di seta, brillanti co­me l'oro, della fanciullina.
- Se sarai brava - le disse - io ti farò preparare dai miei aiutanti un bel paio di scarpette rosse, e un giorno te le man­derò. E intanto, non vuoi una bella bambola?
Nancy sorrise, e disse con un filo di voce: - Sì, una bambola, e anche una carrozzella, perché forse anche la mia bambola avrà male alle gambe...
Il tumore si è ridestato - Passarono gli anni. Nancy guardava i suoi amici correre e rotolarsi nei prati. Eppure nei suoi occhi non c'era rimpianto. Sorrideva e batteva le mani. E diceva alla mamma: - Sono tanto contenta accanto a te, Pa.
Ma un giorno s'ammalò di morbillo. Quando guarì, il piede sinistro cominciò a farle male, sempre più male. La mamma la condusse da un giovane medico. Quanti l'avevano già visitata! Mamma portava con sé una cartella rigonfia, dove c'erano tut­te le dichiarazioni e le radiografie eseguite negli anni preceden­ti. Il giovane medico esaminò il piede gonfio ed irritato, e con­sultò tutto l'incartamento. Poi in disparte alla mamma disse: - I dottori sono propensi a credere che operarla, con que­gli enormi vasi sanguigni, sarebbe come far esplodere una bomba. Ma il male che sente la bambina e l'irritazione evidente è segno che il tumore si è ridestato. Se non operiamo, la bam­bina potrà vivere ancora per breve tempo. Se permettete, io mi ci proverò. Il rischio è grave, ma, se voi accettate, mi sento di­sposto a tentare l'operazione.
Nancy aveva quasi nove anni. La mamma le spiegò tutto. Essa acconsentì, anzi, si mise ad attendere l'operazione con impazienza. Il giorno fissato fu portata nello studio del giovane medico.
Cominciarono mesi terribili. Le operazioni si succedettero a brevi intervalli. Raggiunsero e superarono il numero di tren­ta. Anche le due dita della mano sinistra, ora, cominciarono a farle male. L'operazione chirurgica alla mano durò tre ore. La fasciatura doveva restare per una settimana.
Fu la settimana più terribile. Le sofferenze erano acutissi­me. Piangeva spesso. La consolavano soltanto, a tratti, i dischi con le melodiche canzoni cantate da Bing Crosby.
Quando, otto giorni dopo, il dottore le tolse la fasciatura, le dita erano violacee, quasi nere. L'operazione non era riusci­ta. L'indomani il dottore le amputò le due dita.
Alcuni giorni dopo, nello studio del dottore, Nancy afferrò la mano del medico. Egli si chinò ad ascoltare ciò che voleva confidargli.
- Volevo soltanto dirvi grazie, perché mi avete messo a posto la mano - sussurrò.
Sale, acqua e un vestito bianco - L'ospedale in cui veniva operata era un ospedale cattolico, mentre lei e la mamma erano protestanti.
Un giorno Nancy mostrò a Pa un rosario regalatole da una suora. « Com'è bello! » le disse la mamma mettendoglielo attorno al collo come una collana. Ma lei se lo levò.
- Un rosario non è fatto per portarlo al collo - le spiegò. - Lo si tiene in mano e si prega. A ogni grano si dice una pre­ghiera alla Madonna, ed essa mi racconta tutta la storia del suo Figlio Gesù.
Poco dopo Nancy ebbe un'altra operazione. Durante la convalescenza, la mamma la trovò nel lettino che stava leggen­do un piccolo catechismo, datole da un'infermiera. Appena la vide esclamò: - Mamma, voglio farmi cattolica!
- Ma lo desideri proprio? - le domandò sconcertata.
- È Dio che ha desiderio di me, mamma. È il desiderio più grande che mai possa avere.
Fu battezzata il giorno in cui compì nove anni. Mamma passò la sera precedente a preparare il vestitino bianco per la sua piccola. La cappellina dell'ospedale era piena da straripa­re. Volevano tutti bene a quella bambinetta dal sorriso peren­ne.
- Che domandi alla Chiesa di Dio? - l'interrogò il sacer­dote.
- La fede - rispose la fanciulla.
- E che ti dà la fede?
- La vita eterna.
Ricevette il sale della saggezza, l'acqua battesimale, il ve­stito bianco come l'anima sua, il cero ardente come la fede. Il giorno dopo, alle otto, fece la sua prima Comunione. Qualche mese dopo anche sua mamma, istruita e battezza­ta, si accostava alla balaustra a ricevere Gesù con la sua bam­bina.
Una gabbia vuota - Le piacevano enormemente i gelati, batteva freneticamente le mani davanti alla bottiglietta di Coca-cola gelida, si tuffava negli albi di avventure a colori, e accompagnava con voce fles­suosa i ritornelli delle canzoni che la radio trasmetteva. Ma ciò che le piaceva di più era la gioia degli altri. Donava tutto ciò che aveva per vedere felici le persone che le stavano attorno. Regalò il suo cagnolino, la sua chitarra, i suoi libri preferiti, le sue statuette di porcellana. Regalava con un gesto vivace, im­provviso, come per staccarsi da un tesoro prima di avere il tempo di ripensarci.
- Spero che un giorno non regalerai via anche me! - pro­testava la mamma.
Nancy la pregò un giorno di portare il suo canarino ad una donna molto vecchia, disperata per la morte di un suo uccellino. Tornando, mamma la vide piangere presso la gabbia vuo­ta.
- Ma perché l'hai voluto dar via, se gli volevi cosi bene? - Oh mamma, proprio perché gli volevo tanto bene. Così ho regalato tutto il mio amore alla vecchia signora. Mamma ha annunciato che ora andranno in una casa nuo­va, poco lontana da quella vecchia. Nancy ha raccolto i suoi li­bri, i calendari, le fotografie. Una lucente Cadillac la trasporta nella nuova casa bella come un nido di fate. Dalla terrazza, ora essa guarda pensosamente un bulldozer che comincia a de­molire la sua casa vecchia. Mamma le è accanto.
- A che pensi?
- Penso, mamma, che la nostra vera casa è in cielo - di­ce semplicemente. - E che nessun bulldozer potrà distruggerci la bella casa che Dio ci darà lassù.
Soltanto una scarpetta rossa - Tredici anni. Il tumore, che sembrava vinto, si è ridestato una seconda volta. Bisogna amputare la gamba sinistra. La mamma è costernata.
- Non fa nulla mamma, - le dice sorridendo Nancy, - vuol dire che compreremo soltanto una scarpetta rossa... Vuole organizzare una festa, l'ultima festa prima di entrare all'ospedale, la «festa dell'entrata». Arrivano i suoi amici. Ha preparato con le sue mani una grossa torta. È una giornata di gioia esplosiva. Gli amici fanno il girotondo attorno a Nancy, che batte le mani e ride felice. Anche mamma, tra tanta gioia, riesce a nascondere la sua tristezza.
Alla sera, mentre la casa è tornata silenziosa, le sussurra: - Dio mi vuol bene, mamma. Con lui tutto è gioia. Anche andare all'ospedale è una gioia, perché lui viene con me.
La mattina dopo, rizzandosi sul letto, fa un allegro saluto militare alla mamma che viene a prepararla: - Partiamo per la battaglia, mio generale!
Ma la malattia ormai è inarrestabile. Anche la gamba de­stra è sacrificata.
- Mamma, non piangere, le scarpette rosse le metterò in Paradiso.
Tutta l'America, attraverso il servizio di un giornalista tra­smesso per televisione, ha sentito parlare di Nancy, della pic­cola sofferente che sorride sempre. Sul suo letto si ammucchia­no montagne di regali. Il celebre cantante Bing Crosby le man­da il suo aereo personale per portarla a Lourdes.
La bianca Signora affascina Nancy. Ai piedi della grotta mamma le sussurra: - Hai chiesto alla Madonna che ti guarisca?
- Oh, no. Alla Santa Vergine ho detto « grazie » per aver­mi dato una mamma brava come sei tu, per avermi dato tanti amici, e per avermi dato la fede. E anch'essa mi ha detto « gra­zie», perché io soffro per lei.
Quattordici anni. Il piccolo cuore, sfinito, s'arresta per sempre. E’ il 7 giugno.
La mamma, sul suo diario intitolato Scarpette Rosse, scrisse: «Gesù, ricevila con gentilezza. Oggi era tanto stanca. Tentò molto di nascondere il suo dolore e di frenare le lacrime. Tu sai quanto ha sofferto, o Signore, come sempre ti ha amato. Tu sai quanti terribili dolori sapeva nascondere con un sorriso. Perciò ricevila gentilmente, o Gesù. Sono sicura che tu le dirai che la Croce che ha saputo portare così pazientemente è dive­nuta la sua corona di gloria».
Tratto da: “Grazia – Nancy – Anna” ED. ELLE DI CI Torino – Teresio Bosco