martedì 8 marzo 2011

Storia di una belva diventata... agnello

Un ex-terrorista sente il passo di Dio!
Nella vita di S. Francesco è giustamente celebre l'epi­sodio del feroce lupo di Gubbio che, ammonito severa­mente dal Santo, diventò mite come un agnello. Non è escluso che l'episodio nasconda la conversione di qual­che feroce brigante di quel tempo. Del resto, nella storia della Chiesa, queste trasformazioni sono piuttosto fre­quenti e svelano l'infaticabile peregrinazione di Cristo per le vie tortuose degli uomini. Nel 1986, per ricordare un epi­sodio abbastanza recente, l'ex­terrorista Marco Pisetta, scriven­do a padre Adolfo Bachelet (fra­tello di Vittorio Bachelet, assas­sinato dalle Brigate Rosse), gli apri la sua anima e raccontò l'e­mozione provata nel momento in cui avverti il respiro di Cristo... alle sue spalle.
Ecco le sue parole toccanti: "Io dico che mi ha aiutato molto qual­cuno che va oltre gli uomini, qual­cuno al quale ho chiesto aiuto, qualcuno al quale mi sono affida­to, qualcuno che mi ha dato una certa pace e serenità interna, qualcuno che ho incontrato in un cammino che sto cercando di per­correre anche ora, nonostante le molteplici difficoltà che vengono dal mio passato. Nel passato ho sempre diviso il mondo in due, nemici e amici; e poi lo dividevo ancora, in metà che scappa e l'altra metà che la rincorre, oppure metà che produce e metà che mangia i prodotti, e così via, in un circolo senza fine e senza sbocchi per uscirne, fatto di odi e di rancori. Non ho ancora il coraggio di pronunciare il nome di quel qualcuno, perché non credo di essere arri­vato sufficientemente vicino a lui per sentirlo e per rico­noscerlo, però intravedo la sua luce e odo la sua voce, anche se non capisco il suo linguaggio". Impressiona il martellante "qualcuno" senza avere il coraggio di pronunciare il nome! Sentimenti simili li ritroviamo in Giovanni Papini, dopo il suo clamoroso abbraccio con Cristo.

La belva di Firenze

Giovanni Papini nacque a Firenze nel 1881 da Luigi e da Erminia Cardini. Il papà, ex-garibaldino d'Aspro­monte e del Volturno, massone convinto e repubblicano feroce, aveva risolutamente deciso di non far battezzare il figlio e vigilava, affinché la moglie non commettesse un simile e (per lui!) ridicolo gesto. Ma le donne, come si dice, ne sanno sempre una più del diavolo. E, infatti, la mamma, dopo aver preso tutte le dovute precauzioni, trovò il modo di por­tare segretamente il bambino in chiesa e lo fece battezzare con il nome di Giovanni: il seme del santo Battesimo faticò tanto a ger­mogliare accanto a papà Luigi, ma, alla fine, spuntò rigoglioso regalando alla Chiesa e al mondo un meraviglioso cristiano.
Inizialmente, si capisce, cre­scendo all'ombra di un padre... fervente anti-cattolico, Giovanni Papini bevve avidamente i vele­nosi principi di una visione della vita senza Dio, anzi... contro Dio!
Nel 1911, all'età di trent'anni, pubblicò un terribile libro, intitolato `Le memorie d'Iddio'. In questo libro Papini, ironicamente, metteva in scena Dio stesso e sulla bocca di Dio poneva queste blasfeme parole: "Uomini: diventate atei tutti, fatevi atei subito! Dio stesso, il vostro Dio, Iddio vostro figlio, ve ne prega con tutta l'anima sua!". Parole terribili!
L'opera, si capisce, fece grande scalpore e suscitò un mare di reazioni. Giovanni Papini, dopo la conversione, piangeva al pensiero di aver scritto un simile libro e incaricò la figlia Viola di ricercare tutte le copie ancora esi­stenti e di bruciarle. È stata la figlia a raccontare che il papà, rattristato e pentito, un giorno le disse: "Viola, mi fido soltanto di te. Mi son fatto rendere da Vallecchi tutti i volumi delle `Memorie d'Iddio': bruciali tutti, che non ne resti nemmeno una copia!".
Ma nel 1911 il sentimento di Papini era completamen­te diverso e provò una soddisfazione beffarda di fronte ai commenti scandalizzati dei credenti. E, due anni dopo, sulla rivista da lui fondata, L'Acerba, pubblicò un artico­ lo ancora più cattivo, intito­lato `Cristo peccatore'. In quelle pagine egli insultò Cristo con termini volgari e irripetibili, al punto tale che l'arcivescovo di Firenze proibì ai fedeli la lettura della rivista e contro l'autore venne intentato un processo (nel quale fu assolto) per oltraggio alla religione.
In quell'occasione Tom­maso Gallarati Scotti gli scrisse una severa lettera di rimprovero, che però termi­nava con una singolare pro­fezia. Diceva così: "Lascia che io confidi per te in Colui a cui hai gettato il fango e nel quale io credo con tutto l'ar­dore della mia fede rinata. Perché tu non te ne puoi libe­rare. L'ombra della Sua cro­ce si stende anche sopra di te, il Suo occhio non ti ab­bandona. Egli rimane il si­lenzioso giudice della tua vita. Tu non puoi fuggirlo. Egli attende la tua anima al varco per risponderti" .
E così è stato: puntualmente! Anche Domenico Giuliotti, anima aperta alla Luce di Cristo, era convinto che le bestemmie di Papini nascondes­sero interesse, nostalgia e forse... anche amore. Fu Giu­liotti a dire apertamente che quel "fetido, ignorantissimo e stupidissimo porcume dell'Acerba" non era il vero Papini.

Un uomo finito trova l'Infinito

Intanto lui, il provocatore nato, nel 1912 esce con l'o­pera `Un uomo finito'. In quest'opera si aprono inattesi squarci, dai quali si intravede un'anima disperata... , un'anima alla ricerca della luce. Scrive: "Tutto è finito, tutto è perduto, tutto è chiuso. Non c'è più nulla da fare. Consolarsi? Neppure. Piangere? Ma per piangere ci vuole ancora dell'energia, ci vuole un po' di speranza! Io non son più nulla, non conto più, non voglio niente: non mi muovo. Sono una cosa e non un uomo. Toc­catemi: sono freddo come una pietra, freddo come un sepol­cro. Qui è sotterrato un uomo che non poté diventare Dio"'.
Parole inquietanti di un uomo di trentuno anni appena, parole che riecheggiano le diaboliche affermazioni di Federico Nietzsche! Però, nella stessa opera, Giovanni Papini lancia un grido, una invocazione, quasi una pre­ghiera: "Io non chiedo né pane, né gloria, né compassio­ne. Ma chiedo e domando, umilmente, in ginocchio, con tutta la forza e la passione dell'anima, un po' di certez­za: una sola, una piccola fede sicura, un atomo di verità. Ho bisogno di un po'di cer­tezza, ho bisogno di qualcosa di vero. Non posso farne a me­no; non so più vivere senza. Non chiedo altro, non chiedo nulla di più, ma questo che chiedo è molto, è una stra­ordinaria cosa: lo so. Ma la voglio in tutti i modi, a tutti i costi mi deve essere data, se pur c'è qualcuno al mondo cui preme la mia vita. Senza questa verità non riesco più a vivere e se nessuno ha pietà di me, se nessuno può risponder­mi, cercherò nella morte la beatitudine della piena luce o la quiete dell'eterno nulla".
La risposta di Cristo non tardò a venire, perché Cristo è sempre accanto all'uomo che Lo invoca: il problema non è Lui, ma è la porta del cuore umano che deve umil­mente aprirsi per accogliere l'infaticabile Pellegrino d'Amore. Perché Lui, Gesù Cristo, non ha l'abitudine (che è tipica dei ladri) di sfondare le porte.
Ma se la porta si apre...!
Non sappiamo quando Papini aprì la porta a Cristo: noi siamo soltanto spettatori della festa, a incontro già avve­nuto. Però è sicuro che l'incontro avvenne tra il 1919 e il 1921. Come? Che cosa o chi preparò l'incontro? Possiamo affermare che tutta una serie di provviden­ziali circostanze ammansirono `la belva' nascosta nell'anima di Papini e fecero nascere l'agnello pronto a corre­re incontro al Buon Pastore.
Ecco le circostanze: la prima guerra mondiale con la sua carica di tragedie assurde; il rimorso d'averla invocata (anche questo fece Papini!); la Comunione delle sue bam­bine e la dolcezza cristiana della moglie; i rimproveri e gli stimoli continui dell'amico Domenico Giuliotti; le letture buone di quel periodo (tra cui le opere di S. Agostino e di Pascal e gli Esercizi Spirituali di S. Ignazio di Loyola e l'Imitazione di Cristo e lo stesso Vangelo) andavano tutti in una direzione: il cuore ormai gravitava verso Cristo.
Il buon amico Giuliotti, il 20 gennaio 1920 gli scrisse: "Tu assetato di verità, eccoti sprofondato, fino all'ultimo riccio­lo della tua gran testa piena di lampi e di buio, nel fetido pozzo nero dell'anticlericalis mo che disprezzi. I tuoi occhi non vedono; i tuoi orecchi, otturati dal cerume dell'ignoran­za religiosa, non odono. Hai da imparare a farti il segno del­la Croce, da imparare a inginocchiarti, da imparare a cre­dere nell'Incomprensibil e, da imparare a comunicarti come le tue bambine e da imparare infine, carezzato dalla Fede, a combattere per la verità della Chiesa che è la verità di Dio. La tua penna, per vent'anni, ha scritto a dettatura del diavolo. Tu sei stato, per vent'anni, un avvelenatore di te stesso e degli altri. Bisogna cancellare e riscrivere. I tuoi libri, alcuni infami, altri vani, altri belli ma profani, but­tali risolutamente e con gioia, sul rogo della vanità. E ricomincia da capo. Scrivi per rinnegare tutto ciò che hai scritto; per essere folle, tra i savi del mondo, della follia di Cristo. Mettiti contro-corrente. Lotta, ricoperto dagli sputi della marmaglia, sotto l'insegna della Croce"'.
Come è commovente questo modo di essere amici: amici per farsi del bene. Questa è l'amicizia! E Papini ascoltò l'amico Domenico Giuliotti e ascoltò tante voci che indicavano tutte la stessa direzione. Dirà lui stesso: "Come lo scrittore sia giunto a ritrovare Cristo, da sé, camminando per molte strade che alla fine sboccavano tutte ai piedi della Montagna dell'Evangelo, sarebbe un discorso troppo lungo e anche difficile".
È vero! È difficile raccontare la strada fatta per andare incontro a Cristo, perché, in verità, quella strada è la stra­da che ha fatto Cristo per venire incontro a noi. Qui sta il meraviglioso mistero di ogni conversione.

Un uomo nuovo

Net 1921 Giovanni Papini era cristiano: fervente cri­stiano, letteralmente innamorato di Cristo. E il suo amore per Cristo lo tradusse in un'opera, la Storia di Cristo (cinquecento pagine, novantasei capitoli), nella quale egli testimonia la gioia e lo stupore dell'incontro con Colui che da sempre gli mancava; ma soprattutto in queste pagine egli invoca il Signore con l'entusiasmo del neofita, con la gioia del viandante che, dopo anni di smarrimento, approda alla casa sognata e avverte il biso­gno di gridare a tutti - special­mente agli uomini di cultura - l'urgenza di un ritorno all'unico Salvatore. Nell'intenzione di Papini, la Storia di Cristo vuole essere un atto di riparazione e lo dice apertamente: "L'autore di questo libro ne scrisse un altro, anni fa, per raccontare la malin­conica storia di un uomo che volle, per un momento, diventare Dio. Ora, nella maturità degli anni e della coscienza, lo stesso autore ha tentato di scrivere la vita di un Dio che si fece uomo. In quel tempo di febbre e di orgo­glio, quegli che scrive offese Cristo come pochi altri, prima di lui, avevano fatto. Eppure dopo sei anni appena - ma sei anni che furono di gran travaglio e deva­stazione fuori di lui e dentro di lui - dopo lunghi mesi di concita­ti ripensamenti, ad un tratto, interrompendo un altro lavoro, quasi sollecitato e sospinto da una forza più forte di lui, cominciò a scrivere questo libro di Cristo, che ora gli sembra insufficiente espiazio­ne di quelle colpe".
Dopo aver incontrato Cristo, tutto il resto gli sembra ombra. Scrive con deciso puntiglio: "Quello che fu pri­ma di Cristo può essere bello, ma è morto. Cesare ha fatto, ai suoi tempi, più rumore di Gesù e Platone inse­gnava più scienza di Cristo. Ancor se ne ragiona, del primo e del secondo, ma chi si accalora per Cesare o contro Cesare? E dove sono, oggi, i platonici e gli anti­platonici? Cristo, invece, è vivo in noi. C'è ancora chi lo ama e chi lo odia. C'e una passione per la passione di Cristo e una per la distruzione. E l'accanirsi di tutti con­tro di Lui dice che Egli non è ancora morto". Cristo è vivo! Questa è l'esperienza entusiasmante, che si ritrova in ogni convertito: Cristo è vivo!
E a Cristo, a conclusione della originalissima storia della Sua vita, Papini rivolge una memora­bile preghiera che, ancora oggi, fa vibrare l'anima di profonda emozione: "Gesù, sei ancora, ogni giorno, in mezzo a noi. E sarai con noi per sempre. Vivi tra noi, accanto a noi, sulla terra ch'è tua e nostra, su questa terra che ti accolse fanciullo tra i fan­ciulli e giustiziabile tra i ladri; vivi coi vivi, sulla terra dei viven­ti che ti piacque e che ami, vivi d'una vita non umana sulla terra degli uomini, forse invisibile anche a quelli che ti cercano, forse sotto l'aspetto d'un Povero che compra il suo pane da sé e nessuno lo guarda. Ma ora è giunto il tempo che devi riappa­rire a tutti noi e dare un segno perentorio e irrecusabile a que­sta generazione. Tu vedi, Gesù, il nostro bisogno; tu vedi fino a che punto è grande il nostro grande bisogno; non puoi fare a meno di conoscere quanto è improrogabile la nostra necessità, come è dura e vera la nostra angustia, la nostra indigenza, la nostra dispera­zione; tu sai quanto abbisogniamo d'un tuo intervento, quant'è necessario un tuo ritorno. Sia pure un breve ritorno, una venuta improvvisa, subito seguìta da un'im­provvisa scomparsa; un'apparizione sola, un arrivare e un ripartire, una parola sola nel giungere, una parola sola nello sparire, un segno solo, un avviso unico, un balenamento nel cielo, un lume nella notte, un aprirsi del cielo, un risplendere nella notte, un'ora sola della tua eternità, una parola sola per tutto il tuo silenzio. Abbiamo bisogno di te, di te solo, e di nessun altro. Tu solamente, che ci ami, puoi sentire, per noi tutti che sof­friamo, la pietà che ciascuno di noi sente per se stesso. Tu solo puoi sentire quanto è grande, immisurabilmente grande, il bisogno che c'è di te, in questo mondo, in que­sta ora del mondo. Nessun altro, nessuno dei tanti che vivono, nessuno di quelli che dormono nella mota della gloria, può dare, a noi bisognosi, riversi nell'atroce penuria, nella miseria più tremenda di tutte, quella del­l'anima, il bene che salva. Tutti hanno bisogno di te, anche quelli che non lo sanno, e quelli che non lo sanno assai più di quelli che lo sanno. L'affamato s'im­magina di cercare il pane e ha fame di te; l'assetato crede di voler l'acqua e ha sete di te; il mala­to s'illude di agognare la salute e il suo male è l'assenza di te. Chi ricerca la bellezza nel mondo cerca, senza accorgersene, te che sei la bellezza intera e perfetta; chi persegue nei pensieri la veri­tà, desidera, senza volere, te che sei l'unica veri­tà degna d'esser saputa; e chi s'affanna dietro la pace cerca te, sola pace dove possono riposare i cuori più inquieti. Essi ti chiamano senza sapere che ti chiamano e il loro grido è inesprimibilmen­te più doloroso del nostro".
E, a questo punto, dal cuore di Papini esce un'accorata preghiera che passa attraverso la pas­sione di Cristo e diventa passione d'amore per Lui: "Sei venuto, la prima volta, per salvare; nascesti per salvare; parlasti per salvare; ti face­sti crocifiggere per salvare: la tua arte, la tua opera, la tua missione, la tua vita è di salvare. E noi abbiamo oggi, in questi giorni grigi e maligni, in questi anni che sono un condensamento e un accrescimento insopportabile d'orrore e dolore, abbiamo bisogno, senza ritardi, d'esser salvati! Se tu fossi un Dio geloso e acrimonioso, un Dio che tiene il rancore, un Dio vendicativo, un Dio solamente giusto, allora non daresti ascolto alla nostra preghiera. Perché tutto quello che gli uomini potevan farti di male, anche dopo la tua morte, e più dopo la tua morte che in vita, gli uomini l'hanno fatto; noi tutti, quello stesso che ti parla insieme agli altri, l'abbiamo fatto. Milioni di Giuda ti hanno baciato dopo averti venduto, e non per trenta denari soli, e nep­pure una volta sola; legioni di Farisei, sciami di Caifa ti hanno sentenziato malfattore, degno d'esser rinchioda­to; e milioni di volte, col pensiero e la volontà, ti hanno crocifisso; e un'eterna canaia di fecciosi esaltati t'ha ricoperto il viso di saliva e di schiaffi; e gli staffieri, gli scaccini, i portinai, la gente d'arme degli ingiusti deten­tori d'argento e di potestà ti hanno frustato le spalle e insanguinata la fronte; e migliaia di Pilati, vestiti di nero o di vermiglio, e usciti appena dal bagno, profumati d'unguenti, ben pettinati e rasati, ti hanno consegnato migliaia di volte agl'impiccatori dopo averti riconosciu­to innocente; e innumerevoli bocche fiatulenti e vinose hanno chiesto innumerevoli volte la libertà dei ladri sediziosi, dei criminali confessi, degli assassini cono­sciuti, perché tu fossi innumerevoli volte trascinato sul Teschio e affisso all'albero con cavicchi di ferro fucinati dalla paura e ribattuti dall'odio". Come fanno impres­sione le parole di questa ardente preghiera: è la preghie­ra che sembra fatta anche per i nostri giorni! E le ultime parole della preghiera rassomigliano al respiro affannoso di chi vorrebbe comunicare tante cose, ma gli restano bloccate nella gola per l'emozione e il bri­vido della febbre. Però riesce ancora a dire: "La grande esperienza volge alla fine. Gli uomini, allontanandosi dall'Evangelo, hanno trovato la desolazione e la morte. Più d'una promessa e d'una minaccia s'è avverata. Ormai non abbiamo, noi disperati, che la speranza d'un tuo ritorno. Se non vieni a destare i dormenti accovati nella melma puzzante del nostro inferno, è segno che il castigo ti sembra ancor troppo corto e leggero per il nostro tradimento e che non vuoi mutare l'ordine delle tue leggi. E sia la tua volontà ora e sempre, in cielo e sulla terra. Ma noi, gli ultimi, ti aspettiamo. Ti aspette­remo ogni giorno, a dispetto della nostra indegnità e d'ogni impossibile. E tutto l'amore che potremo torchia­re dai nostri cuori devastati sarà per te, Crocifisso, che fosti tormentato per amor nostro e ora ci tormenti con tutta la potenza del tuo implacabile amore".
E Papini lasciò torchiare dal suo cuore anche l'ultima goccia d'amore per Cristo. Un giorno gli capitò di leg­gere nel `Pellegrino Cherubico' di Angelo Silesio, `un protestante tedesco del Seicento, che quando si converti al cattolicesimo diventò frate minore e poeta', questa profonda affermazione: "Anche se Cristo nascesse mille e diecimila volte a Betlemme, a nulla ti gioverà se non nasce almeno una volta nel tuo cuore". Lo scrittore di Firenze si domandò: "Ma come potrà accadere questa nascita interiore?". Ecco la risposta che egli stesso ci ha consegnato: "Eppure questo miracolo nuovo non è impossibile purché sia desiderato e aspettato. Il giorno nel quale non sentirai una punta di amarezza e di gelo­sia dinanzi alla gioia del nemico o dell'amico, rallegra­ti perché è segno che quella nascita è prossima. Il gior­no nel quale non sentirai una segreta onda di piacere dinanzi alla sventura e alla caduta altrui, consolati per­ché la nascita è vicina. Il giorno nel quale sentirai il bisogno di portare un po' di letizia a chi è triste e l'im­pulso di alleggerire il dolore o la miseria anche di una sola creatura, sii lieto perché l'arrivo di Dio è imminen­te. E se un giorno sarai percosso e perseguitato dalla sventura e perderai salute e forza, figli e amici e dovrai sopportare l'ottusità, la malignità e la gelidità dei vicini e dei lontani, ma nonostante tutto non ti abbandonerai a lamenti né a bestemmie e accetterai con animo sereno il tuo destino, esulta e trionfa perché il portento che pare­va impossibile è avvenuto e il Salvatore è già nato nel tuo cuore. Non sei più solo, non sarai più solo. Il buio della tua notte fiammeggerà come se mille stelle chio­mate giungessero da ogni punto del cielo a festeggiare l'incontro della tua breve giornata umana con la divina eternità". Scriveva così il 25 dicembre 1955, poco più di sei mesi prima di morire: senza rendersene conto, Papini scrisse pagine simili a quelle di Francesco d'Assisi! (Tratto da: “Il Messaggero della Santa casa” 2004)

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