( Padre Raniero Cantalamessa)
1. Gesù, senso della vita di Madre Teresa
Il confessore di Madre Teresa, il gesuita Padre Celeste Van Exem, ha detto di lei: “Il senso di tutta la sua vita è una persona: Gesù” [1] . Il Postulatore generale della sua causa di beatificazione, dopo avere per anni studiato la sua vita, gli scritti e le testimonianze di altri su di lei, conclude: “Se devo dire, in sintesi, perché viene elevata agli onori degli altari rispondo: per il suo amore personale a Gesù che lei ha vissuto in maniera così forte da considerarsi come la Sua sposa. La sua è stata una vita Gesù-centrica” [2].
La testimonianza più significativa a questo riguardo è la lettera che Madre Teresa scrisse a tutta la famiglia delle Missionarie della Carità da Varanasi, durante la settimana santa, il 25 Marzo 1993 [3] . “Una lettera così personale –diceva all’inizio- che ho voluto scriverla di mia propria mano”. In essa dice:
“Mi preoccupa il pensiero che alcune di voi ancora non abbiano incontrato Gesù a tu per tu, da solo a sola. Potete passare anche del tempo in cappella, ma avete mai visto con gli occhi dell’anima l’amore con cui Egli vi guarda? Conoscete davvero il Gesù vivo: non dai libri, ma stando con lui nel vostro cuore? Avete mai udito le parole d’amore che egli vi rivolge?…Non abbandonate mai questo contatto quotidiano con Gesù, non idea ma persona viva e vera” [4].
Qui si vede come Gesù non fosse per Madre Teresa un’astrazione, un insieme di dottrine, di dogmi, o il ricordo di una persona vissuta in altri tempi, ma un Gesù vivo, reale, qualcuno da guardare nel proprio cuore e da cui lasciarsi guardare.
La Madre spiega che se finora non aveva mai parlato così apertamente era stato per un senso di riserva e per imitare Maria che “conservava tutte le cose nel suo cuore”, ma che adesso sentiva il bisogno, prima di lasciarle, di dire loro qual era per lei il senso di tutta la sua opera: “Per me è chiaro: tutto nelle Missionarie della Carità esiste per saziare (la sete di) Gesù” [5] .
Alla domanda: “Chi è Gesù per me?”, ella risponde con una ispirata litania di titoli.
“Gesù
È la parola da pronunciare.
È la vita da vivere.
È l’amore da amare.
È la gioia da condividere…
È il sacrificio da offrire.
È la pace da portare.
È il pane di vita da mangiare...” [6] .
L’amore per Gesù assume spontaneamente la forma di un amore sponsale. Lei stessa racconta:
“Dal momento che parlo tanto spesso di dare con un sorriso, una volta un professore negli Stati Uniti mi domandò: ‘Ma lei è sposata ?’. Gli risposi: ‘Sicuro che lo sono e a volte mi riesce difficile sorridere al mio sposo Gesù perché quando vuole sa essere molto esigente” [7] .
La maggioranza degli alberi di alto fusto ha una radice madre che scende perpendicolarmente nel terreno ed è come la prosecuzione, sotto terra, del tronco. In italiano si chiama il fittone. È essa che da a certi alberi, come la quercia, quella irremovibilità per cui neppure i venti più impetuosi riescono a sradicarli. Anche l’uomo ha questo fittone. Nell’uomo che vive secondo la carne esso è il proprio “io”, l’amore disordinato di sé, l’egoismo; nell’uomo spirituale è Cristo. Tutto il cammino verso la santità consiste nel cambiare nome e natura a quella radice, fino a poter dire con l’Apostolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Grazie anche alla lunga purificazione della sua notte oscura, Madre Teresa ha portato a compimento questo processo, nel quale tutti noi siamo impegnati.
1. Gesù, senso della vita di Madre Teresa
Il confessore di Madre Teresa, il gesuita Padre Celeste Van Exem, ha detto di lei: “Il senso di tutta la sua vita è una persona: Gesù” [1] . Il Postulatore generale della sua causa di beatificazione, dopo avere per anni studiato la sua vita, gli scritti e le testimonianze di altri su di lei, conclude: “Se devo dire, in sintesi, perché viene elevata agli onori degli altari rispondo: per il suo amore personale a Gesù che lei ha vissuto in maniera così forte da considerarsi come la Sua sposa. La sua è stata una vita Gesù-centrica” [2].
La testimonianza più significativa a questo riguardo è la lettera che Madre Teresa scrisse a tutta la famiglia delle Missionarie della Carità da Varanasi, durante la settimana santa, il 25 Marzo 1993 [3] . “Una lettera così personale –diceva all’inizio- che ho voluto scriverla di mia propria mano”. In essa dice:
“Mi preoccupa il pensiero che alcune di voi ancora non abbiano incontrato Gesù a tu per tu, da solo a sola. Potete passare anche del tempo in cappella, ma avete mai visto con gli occhi dell’anima l’amore con cui Egli vi guarda? Conoscete davvero il Gesù vivo: non dai libri, ma stando con lui nel vostro cuore? Avete mai udito le parole d’amore che egli vi rivolge?…Non abbandonate mai questo contatto quotidiano con Gesù, non idea ma persona viva e vera” [4].
Qui si vede come Gesù non fosse per Madre Teresa un’astrazione, un insieme di dottrine, di dogmi, o il ricordo di una persona vissuta in altri tempi, ma un Gesù vivo, reale, qualcuno da guardare nel proprio cuore e da cui lasciarsi guardare.
La Madre spiega che se finora non aveva mai parlato così apertamente era stato per un senso di riserva e per imitare Maria che “conservava tutte le cose nel suo cuore”, ma che adesso sentiva il bisogno, prima di lasciarle, di dire loro qual era per lei il senso di tutta la sua opera: “Per me è chiaro: tutto nelle Missionarie della Carità esiste per saziare (la sete di) Gesù” [5] .
Alla domanda: “Chi è Gesù per me?”, ella risponde con una ispirata litania di titoli.
“Gesù
È la parola da pronunciare.
È la vita da vivere.
È l’amore da amare.
È la gioia da condividere…
È il sacrificio da offrire.
È la pace da portare.
È il pane di vita da mangiare...” [6] .
L’amore per Gesù assume spontaneamente la forma di un amore sponsale. Lei stessa racconta:
“Dal momento che parlo tanto spesso di dare con un sorriso, una volta un professore negli Stati Uniti mi domandò: ‘Ma lei è sposata ?’. Gli risposi: ‘Sicuro che lo sono e a volte mi riesce difficile sorridere al mio sposo Gesù perché quando vuole sa essere molto esigente” [7] .
La maggioranza degli alberi di alto fusto ha una radice madre che scende perpendicolarmente nel terreno ed è come la prosecuzione, sotto terra, del tronco. In italiano si chiama il fittone. È essa che da a certi alberi, come la quercia, quella irremovibilità per cui neppure i venti più impetuosi riescono a sradicarli. Anche l’uomo ha questo fittone. Nell’uomo che vive secondo la carne esso è il proprio “io”, l’amore disordinato di sé, l’egoismo; nell’uomo spirituale è Cristo. Tutto il cammino verso la santità consiste nel cambiare nome e natura a quella radice, fino a poter dire con l’Apostolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Grazie anche alla lunga purificazione della sua notte oscura, Madre Teresa ha portato a compimento questo processo, nel quale tutti noi siamo impegnati.
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