sabato 24 settembre 2011

L'amore di Dio effuso nei cuori

La ripugnanza di tanti esegeti e teologi ad accettare il carattere "espiatorio" della morte di Cristo, anzi ad accettare la stessa morte di Gesù come voluta dal Padre e accettata liberamente e da sempre dal Figlio[7] (il Santo Padre parla a lungo di ciò nel suo nuovo libro su Gesù) dipende, io credo, dal fatto che si parte da ogni "precomprensione" (Vorverständnis) possibile e immaginabile, eccetto quell'unica che la Scrittura ci offre, e cioè che Dio è amore e tutto quello che fa –incluso accettare la morte del Figlio – è amore.
"Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi" (Rom 8, 32): come nella storia del sacrificio di Isacco da cui è tratta (Gen 22, 16), questa frase non vuol dire: "Dio non ha risparmiato dalla sua giustizia neppure il Figlio"; vuol dire: "Dio non si è risparmiato il proprio Figlio, ma ha fatto il grande sacrificio di darlo per tutti noi". Se questo non è amore…
La storia dell'amore di Dio non termina, però, con la Pasqua; si prolunga nella Pentecoste che rende presente e operante "l'amore di Dio in Cristo Gesù" fino alla fine del mondo. "Rimanete nel mio amore" (Gv 15, 9), aveva detto Gesù e Giovanni aggiunge: "Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito" (1 Gv 4, 13). Non siamo costretti a vivere solo del ricordo dell'amore di Dio, come di una cosa passata. "L'amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato donato" (Rom 5,5).
Cos'è questo amore che è stato riversato nel nostro cuore nel battesimo? È un sentimento di Dio per noi? Una sua benevola disposizione a nostro riguardo? Un'inclinazione? Qualcosa, cioè, di intenzionale? È molto di più; è qualcosa di reale. È, alla lettera, l'amore di Dio, cioè l'amore che circola nella Trinità tra Padre e Figlio e che nell'incarnazione ha assunto una forma umana e ora viene partecipato a noi sotto forma di "inabitazione". "Il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14, 23).
Noi diventiamo "partecipi della natura divina" (2 Pt 1, 4), cioè partecipi dell'amore divino. Veniamo a trovarci per grazia, spiega san Giovanni della Croce, dentro il vortice d'amore che passa da sempre, nella Trinità, tra il Padre e il Figlio[8]; meglio ancora: tra il vortice di amore che passa ora, in cielo, tra il Padre e il suo Figlio suo Gesù Cristo, risorto da morte, di cui noi siamo le membra.
Padre R. Cantalamessa

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