martedì 22 marzo 2011

CRISTO: ACQUA SALIENTE

MISSIONE DI IVREA (22 OTTOBRE 1958) don Primo Mazzolari TERZA PREDICA
E' la terza e ultima sera delle nostre conversa­zioni sul motivo evangelico.
Leggiamo il racconto dell'incontro della sama­ritana con Cristo.
« Chi beve di queste acque ha ancora sete, ma l'acqua che io a lui darò gli porterà via tutte le seti, e diventerà una sorgente di acqua viva ». Dove vie­ne quest'acqua?
La risposta è nella stessa parola di Cristo. E' lui, l'acqua saliente a vita eterna. Ma dove passa quest'acqua? Passa attraverso tutte le povere acque a cui attinge questa povera creatura che è l'uomo. Perché, - io ve lo dicevo ieri sera - niente la religione dispregia, niente rifiuta di quello che è umano. A un certo momento questi piccoli, insuffi­cienti doni dell'uomo, e delle cose dell'uomo, pren­dono un significato perenne. La parola non mi di­spiace, benché non sia forse la più propria. E' attra­verso quello che il mio cuore può portare, attra­verso quello che la mia mente può capire, e attra­verso quello che corrisponde a un desiderio di un momento della mia vita che lì vedo sgorgare l'acqua di vita eterna.
Permettetemi un'immagine, che la prendo dal momento, direi, più comune e più caro della nostra vita: i nostri affetti umani sono tutti affetti buoni, ma a un certo momento vi accorgete di quello che è la loro tremenda fragilità. Qualche volta noi sacerdoti poco illuminati o da una esperienza nostra che è troppo manchevole o da una esperienza anche degli altri troppo insufficiente, pensiamo che nel dire a una persona: « guarda che non tiene questo amore », pensiamo di poterlo distaccare, o trasfi­gurarlo, e ci inganniamo.
E' dare l'unità a questo affetto; è far passare qualche cosa di eterno attraverso questo affetto, se lo può portare (come io penso che lo possa portare quando è un vero affetto umano) che noi troviamo la possibilità di far nascere proprio da que­sti momenti che sono i più cari e sono anche i più trepidi, perché quando si ama una creatura e se ne sente il transito attimo per attimo, l'incapacità di poterla tenere nelle nostre mani, e soprattutto di poter riposare con una tranquillità che vada al di là della breve giornata, voi capite bene che soltanto a questa maniera noi possiamo capire la divina bon­tà promessa che non è fuori dell'uomo, ma che è dentro ad ogni nostro momento più caro e lo stabilisce: stabilisce la capacità di quella gioia che altrimenti, sentendola così breve, finiribbe per diven­tare anche amara.
Come risponde la samaritana? Con una di quelle espressioni che un'anima femminile generosa e provata poteva dare: « Dammi di quest'acqua perché io non abbia più sete e non venga più ad attingere ».
Tutte le creature rispondono all'esperienza; non rispondono all'intelligenza, ma all'esperienza rispon­dono: perché quella è lì, è nostra, è a portata di mano, la potete toccare... Ci sono quelle belle pa­role nella prima lettera di s. Giovanni: « Quello che io ho visto, quello che io ho sentito, quello che io ho toccato del Verbo di vita, questo ve lo comunico ». E questa povera donna - e badate che qui possiamo anche ricordare a conferma di questa spontaneità gridante di una povera anima le parole del Signore « le peccatrici vi precederanno nel regno dei cieli »... Per potere capire la sete e stimare l'acqua bisogna aver provato le piccole seti, e la non soddisfazione delle acque che sono a nostra portata.
Ecco perché anche il peccato non è mai un elemento negativo: impariamo che questo non ba­sta... che questo non basta... che questo non basta... E che cosa volete di meglio? Una scuola tremenda, ma una scuola illuminante a tal segno che non la dimenticheremo più la lezione.
E grida: domanda, ma domanda come doman­dano le anime veramente assetate, perché così le ha benedette il Signore: « benedetti coloro che han­no fame e sete »...
« Guai ai satolli »: guai a quelli che si restrin­gono il cuore per poter tenere dentro la piccola goccia di gioia. Guai a coloro che angustiano la propria anima per potere dire: mi basta. Quello è il vero peccato contro l'uomo e il vero peccato contro Dio. A costo di star male bisogna che noi ci apriamo, e abbiamo la sincerità di riconoscere, come la samaritana, attraverso un grido disperato, di riconoscere la nostra sete e di gridarla a qual­cuno: « dammi di quest'acqua perché io non abbia più sete e non venga tutti i giorni ad attingerla ».
C'è anche la fatica dell'attingere, c'è la fatica del chiedere, c'è la fatica di prendere le piccole gioie, di spremerle le piccole gioie delle creature, perché tante volte diventiamo inumani, implacabili nella nostra sete di godimento, mettiamo sotto il torchio delle creature sperando che esse abbiano qualche cosa per la nostra sete. E certi pervertimenti della vita moderna non sono che il segno di una in­soddisfazione che per vie naturali non possiamo tro­vare alla nostra sete. E allora ecco che confermo quello che vi dicevo prima: stritoliamo le creature per vedere se dentro c'è quello che non eravamo ancora stati capaci di scoprire.
La stanchezza del cercare! Se voi mi permet­tete un'immagine: ogni giorno la fatica giornaliera nostra è questa: levare delle pietre per vedere se c'è qualche cosa che va per il nostro cuore. E non facciamo che alzare delle pietre e guardarci sotto, fino a quando una pietra diventa la pietra tombale.
Voi vi aspettate che il Cristo accolga gene­rosamente, entusiasticamente questo grido. No, il Signore a quest'anima che domanda l'acqua che disseta perennemente, perché è anche stanca di venire tutti i giorni ad attingere, il Signore rivol­ge una domanda strana, o meglio, chiede una cosa strana: « Va e chiama tuo marito ».
Perché non è andato incontro a questa aspira­zione così spontanea e così viva di questa povera creatura? Miei cari amici, la religione è una cosa seria. Cristo è un personaggio serio. Voi potete pensare della religione quello che volete; potete dire quello che volete della religione, e siete completa­mente liberi di farlo. Però una cosa sola potete dire, almeno, del mio Maestro: che non ha illuso nessuno, che non l'ha data ad intendere, che non si è accon­tentato di facili entusiasmi, che ha prospettato davanti ad ogni slancio di anima la difficoltà del vangelo.
E badate che una religione che si dimentica di chiarire gli impegni che essa propone all'uomo, che gioca sul sentimento sbagliato, che prepara artifi­ciosamente il clima dell'adesione non è una religione rispettabile: e bisogna dire che colui che ricorre a questi mezzi non ha veramente fede nella religione che predica. Il Signore ci ha dato questo esempio di onestà perfetta, e quando qualcheduno si lamen­tava - ed erano gli apostoli che riportavano a Cristo questo lamento: « Se tu continui a parlare a questa maniera tutti i abbandoneranno », il Signore si è rivolto ai suoi apostoli e disse loro: « volete andarvene anche voi? ».
La religione-clientela, la religione-massa, la reli­gione che fa strepito e crea un ambiente, un'aria irrespirabile, voi lo capite bene o miei cari amici, non è quella che il Signore ha predicato, né quello che il Signore vuole. Non è che abbia smorzato... ha richiamato questa donna che incomincia a intrav­vedere qualche cosa di grande nella persona che gli sta vicino, ha richiamato alla serietà della posi­zione cristiana.
E come l'ha richiamata? l'ha richiamata attra­verso una scoperta di quello che era la triste con­dizione morale di questa creatura, la quale è lei che risponde: « Non ho marito ». E il Signore che dice: « Hai detto giusto, perché colui, che è il quin­to che adesso hai, non è tuo marito ».
Non c'è della sgarbatezza? Se voi volete chia­marla così, io non ho niente da eccepire. La verità è sempre un pochino sgarbata. Coloro i quali cer­cano di addolcirla sono i primi traditori della verità e l'uomo - parlo soprattutto degli uomini che hanno il senso della virilità e il senso, direi della responsabilità - sono contenti di avere davanti qualcuno che parla, e parla onestamente, e non dice una parola di più, e non fa niente neanche per trattenere colui che se ne vuole andare. Questo, per­ché non si può illudere, non si deve illudere nes­suno, non si deve mai ingannare nessuno, special­mente quando si tratta di impegni che possono prendere tutta l'esistenza, e prendono tutta l'esi­stenza.
E qui sorge un altro aspetto del dialogo tra la samaritana e Cristo: l'inserimento della nostra vita morale nel momento religioso.
Badate che è il problema più delicato: lo sco­glio dove noi in gran parte abbiamo fallito la nostra apertura cristiana. A un certo momento siamo tor­nati indietro, perché il comandamento finiva per rendere impossibile il credo. O meglio, per uno di quei motivi di coerenza, che sono più che rispetta­bili, e che io lodo, uno non si è più sentito di dire « credo » perché non ha la forza di potere fare quello che il comandamento viene a saldare o a confermare del nostro momento di fede.
Lasciate però che in una maniera semplice e breve io incominci a rivedere anche questa maniera di inserire non sempre esattamente il momento morale nel nostro momento religioso.
Intanto una dichiarazione, che è una dichiara­zione che non vi farà dispiacere: non ci sono due momenti distaccati: non c'è il momento del « cre­do » e il momento dello sforzo morale o del coman­damento.
La bontà fa parte della verità, e ogni eleva­zione, ogni sforzo di elevazione verso un momento di fede è anche istintivamente, senza che noi qual­che volta lo vogliamo, un tentativo di chiarificazione morale, perché, voi lo sapete come Gesù ha espresso questa unità con delle parole che sono niente affat­to misteriose: « Chi fa la verità viene alla luce », perché sono due momenti concomitanti: chi vede fa, e nel fare vede.
Detto questo, veniamo a un'altra chiarifica­zione: che forse è ancora più opportuna e più utile per mantenere dentro di noi una fedeltà anche quando abbiamo l'impressione che non ne siamo degni.
Il comandamento dove viene? Il momento mo­rale dove viene?
Se io incomincio a presentarvi i dieci comanda­menti, voi avete l'impressione che dal di fuori vi vengano dati. C'è una imposizione: voi vi rivoltate verso l'imposizione. E' direi una difesa della vostra autonomia umana e della vostra, anche, ini­ziativa morale. Non solo non la discuto, non solo non la biasimo, ma la trovo esatta, con una diffe­renza però: - ed è bene che ci badiate a questa differenza: - che tante volte noi non sappiamo bene donde viene alla nostra coscienza questa voce, questo richiamo.
Il comandamento non è di fuori: il comanda­mento è la sostanza della nostra vita umana. Cioè ognuno di noi è costruito su una regola morale, che sono poi le regole espresse attraverso la rivela­zione, i comandamenti che poi si riducono a due: « Ama Iddio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e ama il tuo prossimo come te stesso ».
Orbene, Iddio non mi comanda niente, Iddio non mi punisce. Non mi comanda niente, perché è dal di dentro che egli ha posto questa regola senza della quale io non sono, o mi disciolgo, o mi diminuisco. Non castiga, perché sono io stesso con le mie mani che, attraverso questa non rispon­denza alla mia costituzione umana, interiore, spi­rituale, morale, non mi trovo più come uomo. La diminuzione di me uomo è in conseguenza di que­sto rifiuto ad ascoltare e seguire quello che è la costituzione di me stesso.
Il comandamento non è fuori di me: lo trovo fuori di me, ma prima lo trovo dentro di me. Quin­di, quando io non accolgo il momento morale, cioè non seguo la regola umana su cui sono costruito, io disobbedisco a Dio che è dentro di me e che ha, in una maniera misteriosa ma profondamente umana, dato a me la possibilità di essere quello che devo essere, senza bisogno d'andare a cercare al­trove.
E ho detto che non mi punisce, perché sono io che mi punisco con le mie mani ogniqualvolta, disobbedendo alla legge divina, a questa Presenza adorabile e misteriosa che è in ognuno di noi, e di cui abbiamo scoperto poco fà la realtà attra­verso un'esperienza che voi non mi potete negare, diminuendomi come uomo io mi castigo. Sono io che determino le conseguenze di una mia infedeltà: infedeltà a me stesso, infedeltà a questa pre­senza di Dio a cui, a un certo momento nel punto più delicato, io ho segnato un nome: la coscienza.
E adesso vengo alla terza delucidazione. Che cosa vuol dire: inserimento del momento morale nella vita di fede; cioè questa dignità di opera in conformità a quello che credo?
Voi ci accusate, voi accusate noi cristiani di incoerenza, e avete perfettamente ragione, e qual­che volta vi fermate sulla soglia della chiesa per­ché non volete far parte a questo consorzio di gente incoerente tra il momento di fede e il momento di vita.
Il momento di fede in voi è sempre chiaro, pre­ciso, completo? Io, se volete sentire una confes­sione, io non l'ho mai così chiaro come qualche­duno dice d'averlo, non l'ho mai così preciso come qualcheduno propone; soprattutto non l'ho mai molto fermo perché ogni giorno io debbo conqui­stare la mia fede, come debbo conquistare la mia piccola fedeltà morale: tanto è vero che il vangelo ha suggerito a un'anima incerta questa preghiera: « Signore io credo, ma tu aiuta la mia incredulità ».
Noi siamo sempre un pochino degli increduli... E così, vedete, nel campo morale: siamo della gente che si sforza ad essere buona: noi non siamo buoni, ci sforziamo di essere buoni.
E quand'è che il passo della mia vita morale non è in contraddizione con il passo della mia fede? Soltanto quando io mantengo lo sforzo morale, cioè io resisto ad abbandonare l'impresa di cercare la bontà e di vivere la bontà. Se io non riesco a sca­lare una vetta, io devo essere tanto onesto da dire: « la vetta c'è, anche se io non sono capace di arri­varci ». Io comincio a diventare disonesto... e guar­date che nella vita morale le cime ideali noi le cancelliamo qualche volta perché non abbiamo la forza di arrivarci; ma nessuno ha avuto il comando di arrivare lassù.
Tutti noi abbiamo invece un altro impegno che è quello di mantenere lo sforzo, e lo sforzo morale lo si mantiene anche nella debolezza più quotidiana, anche nella caduta. Il peccato non rompe lo sforzo morale: è soltanto una rinuncia che ci fa abbandonare lo sforzo morale.
Ora, finché noi siamo nello sforzo morale, noi siamo in una coerenza: una coerenza che è fatta di insufficienze, di inadeguatezze. Ma il Signore ci aiuterà un pachino alla volta a migliorare anche le nostre posizioni. Il Signore ci giudica e ci prende nella sua considerazione, direi, di figliuoli che cer­cano, soltanto perché noi non desistiamo dal no­stro sforzo morale. Ora vedete, se noi sapessimo prendere questa indicazione che è una indicazione esatta, anche se non sempre presentata a questa maniera, noi ci salveremmo da certi avvilimenti, e resisteremmo in una coerenza penitente.
Badate bene alle parole: ho sempre prima una fede che ha sempre bisogno di essere aiutata per­ché a un certo momento sembra una incredulità; e qui abbiamo uno sforzo morale che ci dà una vita e una coerenza verso il momento ideale della nostra vita morale che è penitente, perché io sono buono nonostante i miei peccati, io sono buono nonostante le mie tristezze. E perché sono buono? perché voglio essere buono, perché cerco di essere buono, perché mi sforzo di essere buono: perché a un certo momento io sento che Iddio vuole che questo mio sforzo resistaâ perché egli ha fiducia in me ed io devo aver fiducia in quello che è la sua volontà che si manifesta attraverso la mia po­vertà.
Adesso possiamo anche proseguire perché non ho niente da dire su questo inserimento. Non vo­glio farvi la storia di questa anima che è la sama­ritana: a me preme piuttosto di vedere i riflessi di questa esemplarità espressa in questo episodio del vangelo, espressa e riflessa in ognuno di noi.
Qualunque sia la nostra considerazione di pec­catori, per quanto noi siamo peccatori, se noi rima­niamo in questo sforzo morale, rimaniamo nella possibilità della redenzione e della salvezza: e quindi cristiani peccatori. Perché, se voi mi do mandate: - qual è il titolo con cui noi entriamo nella casa del Padre? - questo titolo è: peccatori. Gli altri titoli non contano, perché sulla porta del­la chiesa lasciamo ogni differenza sociale. Lascia­mo anche i nostri attributi, direi, personali o d'intelligenza e d'altro: diventiamo dei poveri pec­catori.
E allora sentite: finché noi ci sentiamo dei peccatori vuol dire che abbiamo davanti un ideale di vita verso cui tendiamo e tendiamo con tutto lo sforzo della nostra anima. Quanto all'arrivare, Dio solo lo sa.
Però io vi dico (ed è la garanzia che il Signore mette su ogni sforzo) che ad ogni ricerca corri­sponde un momento di grazia, e quindi anche un momento di arrivo, anche se è un arrivo prov­visorio.
C'è una povera creatura che ha una storia do­lorosa. Verrebbe voglia di scrivere un libro: « i bassifondi del vangelo ». E qualche volta la ten­tazione mi è venuta, perché le pagine più belle sono pagine di bassofondo. Son tutte povere crea­ture, ed è il miracolo della redenzione ma è anche il miracolo della speranza. E badate, questa anima è scoperta.
Ho detto che forse c'è stato anche un po' di sgarbatezza da parte di Cristo nel guardare dentro a questa anima che volentieri avrebbe tenuto na­scosto la sua piccola storia di povera donna, come noi teniamo nascosta la nostra piccola storia di poveri uomini. Ma a un certo momento questa don­na ha come un senso di liberazione. Non si rivolta a parola strana che con­ferma quella che è ammirazione e nel medesimo tempo anche soddisfazione: - « Adesso vedo che tu sei un profeta » - Perché? Perché le ha detto la verità. Dire la verità!
La religione ha un compito il più delicato e il più insopportabile: è quello di dire la verità, la verità a tutti senza guardare in faccia a nessuno. Naturalmente le nostre disposizioni non sono sempre come quelle della samaritana, e ci inalberiamo e gridiamo contro il profeta. Voglio dirvi in con­fidenza una mia impressione, che vale proprio come impressione e niente altro: oggi, soltanto una pa­rola profetica può avere presa sul nostro tempo, cioè può arrivare alle nostre anime.
Mi domando: quante sono le anime che pos­sono sopportare un linguaggio profetico sulla bocca dei propri sacerdoti?
Aggiungo un'altra mia impressione: il tenta­tivo di ipotecare sulla bocca dei sacerdoti la pa­rola del Signore, di togliere la qualifica di profeta, e di farlo diventare un semplice funzionario.
Voi vi lamentate e dite: a che serve questo prete?... E allora perché non gli concedete, perché non sopportate la parola del profeta?
Ma questa è una richiesta che io non dovrei porre a voi, perché io so che il profeta non è mai stato sopportato in nessun momento della vita. So una cosa soltanto: che il testimone che il Cristo chiama della sua verità deve avere l'anima del pro­feta, deve non farsi dimettere da profea e calare in quella categoria di compiacenza che certe classi, specialmente le benestanti, hanno sempre la pre­tesa di vedere calare il proprio prete, perché allora diventa "uno dei nostri", e si dimentica di essere la "voce di Dio" che prepara le strade alla salvezza.
Mi pare che stiano suonando le dieci: e sapete perché mi dànno un pochino fastidio quelle ore? perché incomincia proprio ora il momento più bello del dialogo tra la samaritana e il Cristo.
Perché a un certo momento, questa povera don­na, che non ha le carte in regola secondo il criterio di giudizio di gran parte di noi, ha delle curiosità, ha dei problemi: ... il problema veramente religioso. Mi accontento di presentarvi la domanda: « I no­stri padri hanno adorato Iddio su quel monte (era il Garizim che stava di fronte ai due che sedevano in questo momento sull'orlo del pozzo di Sicar): e voi dite che Iddio bisogna adorarlo nel tempio di Gerusalemme? ».
E' una domanda: è una di quelle domande che forse noi non siamo abituati a porci perché ab­biamo una maniera molto adattabile, e lasciatemi dire, una abitudine, una tradizione che non ha più la vivacità di certe richieste o di certe proteste. Per noi tanto è lo stesso: per noi certe forme di religione ci potranno sì e no indisporre, ma a un certo momento noi non sentiamo più il richiamo a qualche cosa di profondo e di vivo perché si è spento... s'è spento qualche cosa di personale den­tro la nostra anima. Cioè la nostra non è più una religione personale: è diventata una delle solite manifestazioni o dei soliti "portarsi addietro" di abitudini che noi non abbiamo più neanche il coraggio di prendere in mano, per vedere fin dove sono dentro di noi, fin dove ci impediscono e fin dove ci approvano.
Il problema della religione personale, cioè di una coscienza personale della religione, è il pro­blema dell'ora.
Mantenere non la tranquillità della nostra fede, ma mantenere la saldezza della nostra fede e la fedeltà della nostra fede!
E' finito il momento di Marx. E' finito anche il momento, sotto un certo aspetto (ma voglio che mi capite bene), quello di... di "comunione": cioè io aiuto l'altro a credere, l'altro aiuta me a credere. Prima di questo aiuto vicendevole, occorre che ognuno di noi pensi alla costruzione personale: e badate che forse è finito anche il tempo in cui voi vi rivolgevate unicamente al sacerdote perché vi aiutasse nel momento della vostra vita religiosa. Il sacerdote ci entrerà come ripetitore di una Pa­rola che egli ha in consegna: la ripeterà come pro­feta nei momenti in cui noi non sentiremo forse neanche più la possibilità di un riecheggiare inte­riore di questa Parola. Il sacerdote vi aiuterà nel momento di grazia attraverso la comunicazione del sacramento; ma ognuno di voi deve essere il co­struttore della propria vita religiosa, spirituale e morale.
Non c'è altra maniera: e questo momento di sbandamento ci voleva, dico, questa realtà che mi­sura la incapacità di potere mantenere un quadro che non risponde più a questa capacità collettiva di ritrovare la strada della religione.
Ma naturalmente non dovete credere che que­sta "adorazione in spirito e verità" di cui parla il Cristo alla povera samaritana, che ne è sbalordita... e qualcheduno di voi si domanderà perché questa rivelazione che è la più alta del vangelo egli l'ha fatta a una povera donna; ma sono appunto le po­vere creature che qualche volta hanno le sensibilità e le aperture più grandi.
Lasciate che vi dica però che questa costru­zione interiore, questa persuasione nostra personale, questo "scio" della parola di s. Paolo (perché se non avete una conoscenza vostra ricordatevi che tutti vi possono portar via quello che credete di avere) ha però bisogno anche di sostenersi coral­mente. Che cosa vuol dire: sostenersi coralmente? Ci sono dei momenti di tradizione che vengono re­stituiti tutte le volte che noi dentro abbiamo ria­perto la sorgente di vita eterna. C'è un bisogno di tenersi uniti e nella preghiera e nel sacramento e nella salvezza, perché questo "Corpo di Cristo" di cui sentite tante volte parlare e che è ancora tanto lontano non soltanto dalla nostra realizzazione ma dalla nostra consapevolezza, ha bisogno di questo senso di fraternità che è anche senso di povertà.
Questo andare a Dio in tanti, questo mettersi insieme, che finisce per sorreggere l'uno e l'altro, per sentirsi meno poveri in una povertà larga, per sentirsi con voce meno debole in una voce che di­venta un appassionato "corale" di povere creature che guardano verso il domani che sentono di es­sere chiamate a un compito che è quello di mante­nere, in un mondo che lo dimentica, e in un mondo che gli volta le spalle, lo spirito della carità, della verità e della pace di Cristo.
Io chiudo, e chiudo vi ripeto, con una certa fatica perché la vostra attenzione così affettuosa mi ha commosso e mi commuove anche in questo momento. Voi vi siete accorti che ogni mia parola è stata smorzata da una profonda e devota venera­zione del segreto delle vostre anime. Ho voluto sol­tanto dirvi le parole ...meno aggressive della mia sofferenza di sacerdote. Non so se nelle tre pros­sime sere io saprò sempre contenere il mio povero animo. Comunque io sento che il Signore ha di­sposto in ognuno di voi, senza che io ne sia degno, un momento di raccoglimento su cui egli fiducio­samente riposa, e davanti al quale io mi metto in ginocchio silenziosamente e attendo.
 


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