sabato 19 marzo 2011

NATALE COL MIO ANGELO CUSTODE

NATALE COL MIO ANGELO CUSTODE
Il falegname scontroso
Il buon angelo custode aveva avuto l'accortezza di preparare la merenda per Giacomo. Si sedettero su una panchina, in un parco, alla luce di un lampione. Anche se tutto era coper­to di neve, il bambino non aveva freddo: beneficiava ancora dei privilegi derivanti dal trovarsi all'interno del "pezzettino di cielo" in cui dimorava il suo Angioletto.
- "Spero ti piacciano i miei biscotti". - "Sono buonissimi! Ne vuoi uno?".
- "Grazie mille, ma a te piacciono di più, perciò... sono tutti tuoi". - "Grazie a te, allora... A proposito, ma gli angeli mangiano?".
- "Sei curioso, Giocomino. Credo comprenderai che non abbiamo bisogno di mangiare biscotti, perché non abbiamo fame se non dell'amore di Dio, e il cielo è tutto amore di Dio. Come posso spiegarte­lo? ... È come se un topino goloso vivesse nella fabbrica di formaggio più grande del mondo e il padrone fosse il suo migliore amico. Non è un esempio perfetto, ma a volte un paragone può rendere l'idea".
Mentre addentava l'ultimo biscotto, Giacomo ascoltava il suo ange­lo custode e apprezzava il suo sforzo per spiegargli in parole semplici un concetto così difficile da capire.
- "Grazie, Angioletto, tu sei così buono con me", dichiarò.
Poco dopo tornarono a solcare l'orizzonte. Giacomo poté apprezza­re la vista di un enorme lago, disseminato di piccole imbarcazioni a vela. - "Guarda! Sembrano come giocattoli!".
L'angelo diede solo uno sguardo e virò verso ponente. Passarono sopra un bosco di abeti, che si stendeva a coprire una schiera di mon­tagne. Sembrava interminabile. Appena sorvolarono un tappeto di tetti rossi, l'angelo, per così dire, rallentò a passo d'uomo e, ancora in volo, illustrò a Giacomo la visita successiva.
- "Siamo arrivati, Giocomino. Come vedi siamo sopra un paesino incastonato tra boschi rigogliosi. Non so se siano più numerosi gli alberi o i falegnami, ma c'è uno di questi che ha un gran bisogno che tu gli faccia visita. Ti avverto, però, che è un signore di una certa età e con un coratteroccio, ma tu certo saprai come farlo sorridere".
- "E ... antipatico?".
- "Non volevo metterla in questi termini, ma ... Sì, è così".
- "Ne uscirò vivo?".
- "Di questo non ti devi preoccupare, perché non ha mai fatto male a una mosca. È solo che... è arrabbiato con tutti".
L'angelo consegnò a Giacomo la statuina di Gesù Bambino, avvolta in un panno bianco, e lo condusse all'interno di una falegnameria. L'odore del legno fresco gli riempiva i polmoni. C'erano trucioli ovunque sul pavimento. Con scrupolosa precisione, in alto, su alcuni ripiani, era allineata una serie di sculture in legno che attiravano l'attenzione. Quel signore sarà anche un antipatico di prima categoria, ma mostrava di avere un talento fuori dal comune. Alcuni scoiattoli intagliati in legno di pino ricordarono a Giacomo le sue mascotte, "Romeo e Giulietta".
Il ragazzino avanzò seguendo il rumore di colpi battuti sul legno. Sì, a pochi passi da lui c'era un signore alto, dalle spalle ampie, e ricci ciuffi canuti. Le sue mani erano robuste e parevano avvolgere gli stru­menti di lavoro. Si potevano scambiare per guantoni da baseball. Giacomo deglutì e, dando un bacio a Gesù Bambino, tossicchiò timi­damente. Il falegname non lo sentì. Allora, Giacomo fece qualcosa che sarebbe potuto costargli molto caro: fischiò! L'uomo sussultò per lo spa­vento, e il martello gli sfuggì di mano, volò per aria e cadde rovinosa­mente sopra una pila di legname.
- "Che diamine è stato?!" urlò facendo un mezzo giro su se stesso, e fermandosi a un passo da Giacomo, come forse un giorno fece Golia di fronte al piccolo Davide.
- "Ehm... Salve. Sono stato io".
- "Ah ... E così sei stato tu! E che ci fai tu qui, ometto?". Quell’"ometto" non suonò bene all'orecchio di Giacomo e, come un gattino che tira fuori gli artigli per la prima volta, replicò:
- "Be', se io sono un ometto... lei è un omone!".
La conseguente risata dell'omone allentò la tensione di quell'incontro un po' brusco.
- "Senti, ragazzo, dimmi cosa vuoi e lasciami in pace".
- "Vuole che la lasci in pace? Ma, guardi, se lei ha fretta di mon­darmi via, sappia che io ne ho avuta di più nel venire fin qui". L'uomo aggrottò le sopracciglia.
- "E da dove vieni?".
- "Be'...", Giacomo esitò senza sapere cosa dire. "Be'..., diciamo che casa mia è a qualche ora di volo".
Un'altra risata risuonò più forte delle martellate di prima.
- "Sei un bugiardo! E in quale aeroporto sei atterrato? O forse sei atterrato sulla piazza del paese? O perché non dentro una stalla?". Giacomo rammentò che Angioletto gli aveva assicurato che sarebbe riuscito a far sorridere quell'uomo, ma non gli sembrava intendesse rife­rirsi a quella risata beffarda. Forse stava sbagliando qualcosa. Proprio in quel difficile momento, vide il volto del suo angelo custode che gli sorrise e poi, voltatosi, baciò una serie di statuine di Gesù Bambino disposte su un tavolo in fondo al laboratorio. Giacomo tornò all'attoc­co e disse:
- "Lei ride perché non ha idea di quel che ho detto, ma non importa".
- "Ah! E ora mi dici che lo stupido sono io?".
Il ragazzino non si preoccupò più di quel che si sentiva dire, e com­biondo discorso proseguì:
- "Scusi, posso chiederle un favore?".
- "Un favore?".
- "Si, solo uno".
- "Quale?".
- "Un amico mi ha detto che lei è il miglior falegname del paese, e mi piacerebbe sapere se ha qualche statuina di Gesù Bambino".
- "Ma certo!".
Sembrava che si cominciasse a parlare di affari, e il tono della con­versazione cambiò. L'uomo si voltò e cominciò a camminare tra i tavo­li e le mensole. Per un istante Giacomo pensò a quel signore come ad un orso brontolone: poteva diventare un gran simpoticone, se gli si offrivano un po' di caramelle al miele; cioè, se le persone che anda­vano a trovarlo si limitavano a comprare statuine e subito dopo se ne andavano. Andarono dunque in fondo al laboratorio, dove in effetti c'era un tavolo pieno di tante statuine di legno tutte raffiguranti solo Gesù Bambino.
- "Ecco, guarda, qui puoi trovare tutte le statuine che vuoi. E un'ampia collezione di statuine, diverse per foggia, dimensioni, tipi di legno...". Il falegname continuò a parlare: su ogni statuina che prendeva nelle sue mani smisurate teneva un sermone. Dopo un po', Giacomo lo interruppe: - "Mi scusi...".
- "Che c'è? Non ti piacciono?".
- "Oh, si! Vorrei averne una a casa mia! Solo... Mi chiedevo per­ché ne ha fatte così tante, e perché sono tutte disposte su questo tavo­lo, lontano dalle altre?".
Il falegname, che prima brontolava e poi negoziava, ora abbassò lo sguardo, come colpito nel vivo da un dolore il cui peso era difficile da sopportare.
- "Ti interessa saperlo?... Nessuno me lo chiede perché tutti lo sanno... O perché temono la mia reazione, se si azzardano a parlarmene".
- "Be'... Io no, mi piacerebbe saperlo".
- "Come ti chiami?".
Giacomo era contento che quell'uomo gli avesse domandato il suo nome. E come la differenza tra "angelo qualsiasi" o "Angioletto". Solo pronunciando quella parola così personale, sarebbe passato doll'esse­re un "bambino qualsiasi" a "Giacomo, un bambino amico". Spontaneamente, prima di dirgli il suo nome, allungò la mano, senza temere di ritrovarsela stritolata dalla monono del falegname: - "Mi chiamo Giacomo, piacere di conoscerla".
- "Il piacere è mio, Giacomo. Io mi chiamo Tullio. La gente dice che ho un brutto carattere, ma che ci posso fare? Sono come un pino e il pino... non può cambiare il suo legno per diventare un abete o un eucalipto...".
Una spiegazione ideale, stando nella bottega di un falegname, e Giacomo colse l'occasione al volo.
- "Ah, non si preoccupi! Tutti siamo fatti di legni diversi, ma ognuno ha il suo odore caratteristico e tutti si possono intagliare, giusto?".
- "Esatto, ragazzo!...", visibilmente colpito dalla considerazione di Giacomo, Tullio proseguì: "Vieni qui, siediti. Mi hai chiesto delle statui­ne di Gesù Bambino. Dunque... In paese tutti sanno che il mio piccino, il figlio più bello che si sia mai visto...".
Il grande Tullio prese una sedia robusta e si sedette. Gli tremava la voce, e gli occhi cominciarono a riempirsi di grosse lacrime. Tirò fuori un fazzoletto, che a Giacomo parve quasi un lenzuolo, e si asciugò il viso.
- "... il mio piccino, dicevo, una notte di Natale se n'è andato per sem­pre dalle mie braccia, spegnendo tutta la gioia che avevo nel mio cuore. Mi ritirai per settimane e settimane nel bosco, riducendomi a vivere come un animale. Mi nascondevo da mia moglie e dai miei figli maggiori, i quali ogni giorno mi cercavano, gridando il mio nome e addentrandosi nel bosco. Non sai quanto ribollivo di rabbia contro di me e contro tutti, contro il cielo e contro la terra. Un giorno sentii che l'ira si era placata e tornai a casa. Ma non avevo più lacrime da versare, né sorrisi da offrire".
- "Mi permette una domanda?".
- "Domandami tutto quello che vuoi senza chiedere il permesso".
- "Va bene, grazie. Ma cosa c'entra la sua triste perdita con le sta­tuine?".
- "In paese tutti lo sanno".
- "Sì, me l'ha già detto, però io non lo so".
Tullio si portò le mani al volto e rimase così, in silenzio, per un lungo momento. Giacomo poteva sentire il suo respiro.
- "Ecco, siccome il mio piccino è morto a Natale, la prima cosa che pensai... Non è giusto, in effetti, scusami se lo dico... è che era un castigo per me... Ma quando tornai in paese, stava già arrivando il Natale successivo e io non lo sapevo... Allora pensai che forse Dio non si era dimenticato di me, ma non ne ho avuto mai la certezza". Giacomo si alzò e poggiò la sua mano sul braccio di Tullio.
- "Sa, ho un regalo per lei".
- "Un regalo? Oh, no! Non ci pensare nemmeno, Giacomo. Io non accetto più regali, da quella notte".
Giacomo vide che negli occhi di Tullio tornava ad accendersi una fiamma, che era come un vulcano pronto a eruttare lava. La temperatu­ra saliva rapidamente. Senza aspettare oltre, gli diede la statuina avvol­ta nel panno bianco. Tullio esitò a prenderla, ma non poté resistere. Le benedizioni che Dio dona per questi momenti così difficili giungono sempre a proposito, e questo era il caso di Tullio. Prese il dono e, con gesti delicati, scostò il panno. Vide allora la statuina di Gesù Bambino e, in quel momento, l'uomo sgranò gli occhi al punto che Giacomo si preoccupò. Cos'era successo.
- "Giacomo... Ti rendi conto?".
Senza dire una parola, Tullio strinse la statuetta al petto, commosso come non mai.
- "Guarda il suo volto, guarda i suoi occhi!".
Giacomo guardò la statuina che stava in una mano di Tullio come in una culla, e non notò nulla di particolare, tranne che era molto bella e curata nei dettagli più fini.
- "Non vedi?".
- "Se mi dicesse qualcosa di più...".
- "Ha gli occhi e il viso del mio piccino!".
Sì, era un Gesù Bambino con il volto del figlio minore di Tullio. Giacomo non avrebbe potuto mai immaginarlo. Adesso che lo sapeva, non poteva che commuoversi per il gesto così affettuoso della Sacra Famiglia. Tullio riempiva quella statuina di baci e di carezze.
Angioletto comparve, visibile solo a Giacomo, in piedi, accanto ad una riproduzione in legno di un angelo, che gli somigliava moltissimo. Che buffo! Il ragazzino sorrise.
- "Sei felice come me?", gli chiese il falegname.
- "Se lei è contento, io lo sono il doppio".
- "Allora goditi il momento, ragazzo, che ora vado di corsa a casa a mettere il mio piccino... cioè, Gesù Bambino, nel presepe. Dovrò portarmi dietro un po' di liquore per far rinvenire mia moglie, perché sono sicuro che mi sverrà tra le braccia. Che Natale passeremo!".
- "Sono davvero felice per lei e la sua famiglia!".
- "Senti... Ma chi ti ha dato questa statuina?".
Giacomo rimase a guardarlo con un sorriso che andava da un orec­chio all'altro. Tullio, dapprima con un misto di perplessità e curiosità, poi più serenamente, sorrise a sua volta.
- "Sarà un nostro segreto, signor Tullio. Posso solo assicurarle che il suo Natale sta diventando speciale come il mio".
- "Sai una cosa? Non avevo più sorriso da quel giorno... Oggi capi­sco che il mio piccino e Gesù Bambino sono un unico amore per me". Giacomo vide con la coda dell'occhio Angioletto che sfiorava con le dita gli intagli dell'angelo di legno di pino posto su un tavolo da lavo­ro. Quando ritrasse la mano e il volto della statua tornò ben visibile, Giacomo fu sorpreso di vedere che erano diventati identici, quello vero e quello di legno. Quello scherzetto era stato fenomenale. Quale altro falegname al mondo potrà mai vantare di avere una statua scolpita da un angelo?
Il ragazzino salutò il falegname e accettò una statuina di Gesù Bambino che Tullio gli volle regalare: era la più bella che aveva. Giacomo lo abbracciò e gli disse all'orecchio:
- "Corra a casa, ora, ma domani, quando tornerà qui, controlli la statua dell'angelo che aveva lasciato a metà...".
- "Cos'è? Te lo vuoi portare via?".
- "No, no ... E un'altra sorpresa per lei".
Uscendo dalla falegnameria, Giacomo mostrò al suo angelo custo­de il regalo che aveva ricevuto.
- "Che faccio? Posso tenermela?". Angioletto sorrise e gli rispose:
- "Certo! Te la tengo, io visto che è un regalo prezioso per te".
Si alzarono in volo, ma l'angelo volle fare un ultimo giro di congedo. - "Guarda, c'è Tullio laggiù!", disse Giacomo puntando il dito verso il suo amico che correva come un cervo verso casa.Forse il falegname non aveva più sorriso fino a quel giorno, e forse non aveva mai nemmeno corso così veloce. Quel che era certo è che Gesù Bambino era sempre stato presente accanto a lui con il suo amore, e ora Tullio lo aveva finalmente capito.

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