sabato 19 marzo 2011

Il missionario e il ruggito del leopardo

Com’era felice Giacomo dopo aver incontrato Anna, il signor Tullio ed Emily! Anche se gli dispiaceva di non aver potuto trascorrere più tempo con ognuno di loro, che ormai considerava suoi amici.
- "Angioletto, potrò mai rivedere queste persone?".
- "Sì, è possibile... il mondo è piccolo!".
- "Non sai quanto mi piacerebbe".
- "Giacomo, l'importante è che tu abbia bussato alle porte delle loro case permettendo alla Sacra Famiglia di entrare, affinché Gesù nasces­se nei loro cuori, questo Natale".
- "Hai ragione. È quel che ho promesso. E adesso, dove andia­mo?".
Il ragazzino non si era accorto che si trovavano ormai già quasi dalla parte opposta del nostro "piccolo mondo", come l'aveva appena definito il suo angelo custode. Avevano già sorvolato laghi e deserti, boschi e città, mari e praterie. Angioletto gli rispose:
- "Ti piacciono gli indovinelli?".
- "Certo!".
- "Io non sono bravo perché noi angeli non li facciamo, ma, se me lo permetti ti dirò tre parole. Scegline una. Vediamo se indovini".
- "Sì, d'accordo. Quali sono?".
- "Allora, la prima è calice. La seconda, vulcano. E la terza, scudo". Giacomo, contemplando i paesaggi che scorrevano sotto di loro, non aveva alcuna idea di ciò cui l'angelo intendesse riferirsi e decise di dire la prima cosa che gli veniva in mente.
- "Scudo?".
- "Esatto! Era proprio 'scudo'. Sei forte con gli indovinelli. Guarda, ci stiamo dirigendo verso un paesino in mezzo alla foresta. Il suo sim­bolo è un gigantesco scudo di legno, scolpito per ricordare gli uomini che difesero la loro libertà, la loro fede e le loro usanze".
- "Andiamo nella foresta?".
- "Sì, non spaventarti. Non vedrai serpenti, a quello ci penso io. Ti lascerò vicino al grande scudo e tu proseguirai a piedi".
- "E che lingua parlano lì le persone?".
- "Ah, non preoccuparti! Continuerò anche a occuparmi della tradu­zione simultanea".
- "Senti, Angioletto, ma tu non ti stanchi di lavorare così tanto?". Bisognerebbe capire se gli angeli si stancano, ma questa è un'altra storia...
Pochi istanti dopo, erano già arrivati. Giacomo si ritrovò in piedi, davanti al grande scudo appeso al tronco di un maestoso e frondo­so albero. Si potrebbe quasi immaginare l'albero come un grande guerriero che impugnava quello scudo per proteggersi. Giacomo aveva con sé la statuina di Gesù Bambino e affidandosi a lui gli disse.
- "Bombinello Gesù, ti dico ancora una volta che desidero che tu nasca in molti cuori". Gli diede un bacio e inspirò profondamente uno bella boccata di aria fresca e profumata. Il luogo era incantevole: avrebbe potuto benissimo essere una porzione del paradiso terrestre. Iniziò a camminare ma si fermò appena vide alcuni bambini venire di corsa verso di lui. Indossavano solo calzoncini corti, erano scalzi e avevano dei segni di vernice rossa sul braccio sinistro. Avevano la pelle scura. Non si può dire che Giacomo si sentisse del tutto tranquillo, nonostan­te tutte le rassicurazioni che gli aveva fatto il suo angelo. Quando i bambini l'ebbero circondato, Giacomo chiuse gli occhi come se si aspettasse di essere colpito. Ma tutto quello che accadde fu che uno di loro gli mise una mano sulla spalla e gli disse:
- "Ciao! Perché ci hai messo tanto?".
Giacomo aprì gli occhi per lo stupore. "Sapevano che sarei arriva­to? Mi stavano aspettando?". Forse quell'osservazione che aveva fatto ad Angioletto, prima di incontrare Emily, in fin dei conti aveva avuto il suo effetto.
- "Ti chiami Giacomo, vero?".
Il ragazzino era ancor più stupito e la sua espressione confusa fece ridere quei bambini che continuavano a dargli pacche di benvenuto sulle spalle.
- "Si, mi chiamo Giacomo e sono venuto...", iniziò a dire, ma il bam­bino che per primo lo aveva salutato, lo interruppe e completò la frase­ - "...a portarci la statuina di Gesù Bambino".
- "Allora sapete già tutto? Come mai?".
- "Te lo spiegheremo nella capanna. Dài, corri, che si fa tardi!". Girarono attorno al grande scudo e si addentrarono nella foresta. Giacomo rimase indietro di qualche metro, anche se si sforzava di mantenere il passo di quei bambini che saltavano le radici degli albe­ri ed evitavano rami e arbusti con straordinaria agilità. In quel momen­to Giacomo avrebbe tanto desiderato essere come Mowgli!
- "Andiamo Giacomo!", lo incoraggiò il ragazzino di prima. Giacomo, ansante e affannato, correva felice, molto felice. Era la prima volta che sudava dall'inizio di questa avventura natalizia, cosi fuori dal comune. L'abbraccio della foresta gli stava offrendo un'espe­rienza che non avrebbe mai pensato di vivere. ritrovarsi fra la gente che vive alle latitudini dove il Natale si festeggia senza neve, senza slitte, senza caminetti fumanti, in poche parole... in piena estate! Gli sembra­va strano, ma tutto sommato estremamente colorito e affascinante.
I bambini della foresta si fermarono ai piedi di un albero gigantesco, le cui radici uscivano dal suolo, dando modo a tutti di sedersi. Giacomo li raggiunse e riprese fiato.
- "Sei stanco?".
- "No... no... Ma... dove... stiamo andando?".
- "Alla capanna del missionario".
- "Del missionario? ... Allora è stato lui a dirvi che sarei venuto? Mi sta aspettando?".
- "Sì".
- "E molto lontano?".
- "No! È dall'altro lato della cascata".
In effetti, ad ogni passo aumentava il rumore di fondo di acque agi­tate. Quel fragore si mescolava con il canto degli uccelli e i versi delle scimmie. Senza altre spiegazioni, i bambini ripresero a correre e Giacomo dovette affrettarsi per non perderli di vista. Avevano davvero fretta di condurlo alla capanna. Seguendo un sentiero sempre più stret­to tra la vegetazione, Giacomo arrivò all'inizio di un ponte sospeso, che gli altri bambini avevano già attraversato. Non assomigliava per niente al solido ponte di pietra del suo paese, che quotidianamente per­correva in bici a tutta velocità. Questo aveva semplicemente una base stretta formata da fasci di legname legati da un groviglio di funi che si incrociavano fino all'altezza della sua vita. Giacomo tremava ad ogni passo. I bambini, all'altro capo, lo chiamavano e uno di loro notando la sua esitazione e il suo timore gli si avvicinò per dargli una mano.
- "Uff! Grazie!", esclamò alla fine Giacomo.
- "Di niente, amico. E emozionante, vero? Abbiamo aiutato noi il missionario a costruire questo ponte".
- "Ah. Complimenti! È... è... molto utile... davvero. Meglio che attraversare il fiume".
La capanna era poco più in là, e i bambini avanzavano ora con passo tranquillo e in silenzio. Era facile percepire il rispetto che avevo­no nei confronti del sacerdote che viveva insieme a loro nella giungla.
- "Padre Giovanni!" urlò uno di loro. Senza attendere risposta, si aprirono la strada tra le canne sottili che fungevano da porta. Giacomo entrò con loro. Il missionario era un anziano sacerdote dalla barba bianca.
- "Giacomo! Che piacere conoscerti!" gli disse questi abbroccion­dolo con affetto.
- "Il piacere è mio, padre".
- "Prego, accomodati. Com'è stato il viaggio fino a qui?".
 - "Beh... lei sa tutto?".
- "Tutto tutto forse no, ma l'indispensabile sì. Il nostro buon Dio mi per­mette di servirlo in questa magnifica giungla e ciò mi offre dei privilegi".
- "Lei sa che ho qui con me una...?".
- "Ah si! Guarda, non preoccuparti, non affaticarti a pensare come spiegarmelo, non serve che mi spieghi nulla. Sono io che ti devo una spiegazione, perché tu possa comprendere quanto siamo felici di aver­ti qui con noi".
I bambini seguivano la conversazione senza aprir bocca, ma i loro occhi erano attenti.
Uno di loro intervenne: - "Padre, gli racconterà la storia?".
I bambini applaudirono. Il più piccolo si avvicinò a Giacomo sussur­rando che quella era "una storia interessantissima". Il sacerdote, allora, prendendo tra le mani un crocifisso che gli pendeva sul petto, iniziò a raccontare:
- "Quarant'anni fa giunsi in questa giungla. Ricordo che un leopar­do mi seguiva. Io ero molto agitato e appena scorsi le prime capanne del villaggio, mi misi a correre a perdifiato. Il leopardo, che avrebbe potuto raggiungermi con due balzi, mantenne il suo passo e mi guardò mentre mi allontanavo. La gente mi accolse e, avendo visto il leopardo che era rimasto dietro di me, mi attribuì una speciale protezione divina. Così ho cominciato. Sono passati quarant'anni. Sono arrivato per sosti­tuire un altro missionario che, ammalatosi, dovette rimpatriare. È stato relativamente facile portare avanti la sua opera di evangelizzazione, perché aveva già catechizzato molto bene gli abitanti. Grazie a Dio, il Natale era vicino e fu la mia prima grande festa con la gente. Da allora, ogni anno l'abbiamo preparata con immenso amore. Cristo nasce nella giungla!
Qualche anno dopo, venne a visitarmi il vescovo e ci portò in dono delle statuine per il Presepe. Non puoi immaginare quanto le abbiamo gradite, perché sono stupende e la gente era molto contento. Purtroppo, poco più di un mese fa, ci siamo accorti che la statui­na di Gesù Bambino era sparita. Quasi scoppia una rivolta nel villag­gio! Il capotribù ordinò di perquisire tutte le capanne e, non avendo trovato nulla, gli uomini si addentrarono nella giungla per cercarla. Ma niente!
Poi, una notte, sono stato svegliato dal ruggito di un leopardo. All'inizio mi sono spaventato, ma poi, non so perché, mi sono sentito rassicurato, e mi sono persuaso che non si trattava di una minaccia ma di un avviso. Ho acceso una torcia e sono uscito. Poi, ho visto quel massiccio felino, che mi ricordava quello del giorno del mio arrivo nella giungla. Ci siamo guardati negli occhi e lui, chinando il capo, si è voltato e ha cominciato a camminare lentamente. Non vedevo nemmeno dove mettevo i piedi. A un certo punto ho inciampato e sono caduto. Rialzandomi, ho acceso di nuovamente la torcia e mi sono accorto che il leopardo si era arrampicato su un albero. Guardavo in alto verso di lui, ma quando ho abbassato lo sguardo mi sono trovo­to di fronte un giovane, vestito con una tunica bianca. Mi ha sorriso e si è avvicinato a me. Abbiamo parlato fino al mattino".
Un bambino interruppe il missionario:
- "Il padre non ci ha voluto dire chi era quel giovane. Ma secondo me era san Giovanni".
Gli altri bambini risero, e il narratore riprese il suo racconto:
- "Si, non l'ho detto perché non è importante. Basta sapere che tra le altre cose ho saputo cos'era successo alla statuina di Gesù Bambino. Semplicemente, era stata portata alla Grotta della Natività perché venisse benedetta direttamente dalla Sacra Famiglia, e mi è stato preannunciato anche che oggi un bambino chiamato Giacomo me l'avrebbe riportata".
Giacomo aveva la pelle d'oca: emozionato, si alzò in piedi tra il vociare dei bambini e l'evidente soddisfazione del missionario.
- "Ecco la statuina. Gesù Bambino ritorna nella giungla per stare con i suoi amici" disse Giacomo, mentre tendeva la mano e la riponeva. I bam­bini si avvicinarono per vederlo meglio e uno ad uno la baciarono con affetto. Giacomo era felice, profondamente felice. Il missionario gli disse:
- "So che da un momento all'altro dovrai ripartire. Non voglio che te ne vada senza sapere che questo Natale Gesù Bambino concederà grazie speciali alla nostra gente. Penso soprattutto ad alcune coppie che si devono riconciliare e a due adulti che stanno quasi per chiede­re il battesimo. Pensa, erano bambinetti quando sono arrivato!".
I bambini non sapevano che Giacomo avrebbe dovuto andarsene subito.
- "Padre, Giacomo non rimane qui con noi? Non è venuto per stare con noi nella notte di Natale?".
- "Figlioli miei, Giacomo è venuto su incarico della Sacra Famiglia per portarci la statuina di Gesù Bambino. Io credo che neanche lui sop­pia tutto quel che deve ancora fare prima di tornare a casa. E giusto­mente deve sbrigarsi per poter tornare in tempo per la cena e la messa di mezzanotte con la sua famiglia".
- "Perché non resti qui, Giacomo?" gli dicevano i bambini tirandolo per le braccia.
- "Non immaginate quanto mi piacerebbe. A proposito, come vi chiamate?".
- "Ma, non ti hanno detto i loro nomi?" domandò il sacerdote. - "Oh!... Ce ne siamo dimenticati... Io sono Marcellino". - Io Stefano!". - Io Emanuele". - Io Mattia!". - "E io Paolo!".
Ma, in effetti, Giacomo doveva far ritorno al più presto. Il suo cuore gli diceva che da un momento all'altro avrebbe di nuovo solcato i cieli. Abbracciò i suoi nuovi amici e disse loro che avrebbe chiesto la gra­zia di tornare presto a trovarli. Giunto di fronte al missionario, si ingi­nocchiò per ricevere la sua benedizione. Anche gli altri bambini si ingi­nocchiarono. Il sacerdote, sorreggendo lo statuina tra le mani, impartì la benedizione. Giacomo si alzò e abbracciò padre Giovanni, che non senza una certa apprensione, gli disse.
- "Giacomo, posso chiederti un favore?".
- "Ma certo, padre".
Il missionario lo prese per un braccio e si allontanò di qualche passo per dirgli a bassa voce, come parlando tra due vecchi amici­:
- "Puoi dire al nostro buon Dio che lo ringrazio per la sua infinita bontà e per tutto il bene che ha voluto concedere alle persone di questo villaggio".
- "Glielo riferirò".
- "Sì, ma devi anche aggiungere questo, e non dimenticartelo: di' che padre Giovanni è ormai un vecchietto, e che gli chiede la grazia di mandare un altro sacerdote, giovane, che possa aiutarlo e sostituir­lo quando Lui vorrà. Sai... credo che il mio Natale in cielo sia vicino. Come lo desidero! Per favore, digli che preghiamo per le vocazioni e che chiediamo che ci sia sempre un sacerdote in questo villaggio".
- "Glielo riferirò con molto, moltissimo piacere".
Il buon missionario diede un bacio sulla fronte a Giacomo, e il bam­bino gli diede un bacio sulle mani. In quel momento si udì il ruggito di un leopardo.
- "Guarda un po'! Com'è puntuale il gattino! Mi sa che questa volta è venuto per te".
- "Per me?".
Uscirono dalla capanna, ma non videro nessun leopardo, solo Giacomo riconobbe il suo angelo custode, che lo aspettava all'inizio del ponte.
- "Va', corri, Giacomino", gli disse il missionario.
Giacomo li guardò tutti e usci di corsa. I bambini lo seguirono per un breve tratto, ma si fermarono all'inizio del ponte. Questa volta Giacomo lo attraversò a tutta velocità, senza preoccuparsi di guardare dove metteva i piedi.
L'angelo lo invitò ad addentrarsi un po' di più nella giungla. Quando furono al riparo da ogni sguardo, nascosti dalla fitta vegetazione, l'an­gelo sorrise a Giacomo e gli chiese:
- "Ti è piaciuto il mio ruggito da leopardo?".

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